Torino (foto: depositphotos).
Il Borghese

In retromarcia, come gamberi

Dopo esserci illusi con la sbornia delle Olimpiadi e un sonno ristoratore improduttivo, credendo di essere diventati una capitale turistica, il risveglio è stato tragico. Nei giorni del Covid apriamo gli occhi su una città che è diventata metropoli, ma senza più la capacità di attrarre qualcosa o qualcuno. Dai giovani, agli investitori, ai visitatori stranieri. Una città che ha perso smalto, insieme con l’occasione di rilanciarsi sul palcoscenico internazionale. Fino a farsi trovare con il fianco scoperto sul fronte sanitario davanti alla pandemia del secolo.

È questa la fotografia di Torino che emerge dalle oltre 250 pagine del Rapporto Rota 2020. Un sentenza garbata ma impietosa, che si augura di “Ripartire” fin dal titolo. Un giudizio propositivo, che trova le proprie motivazioni a partire dal potenziale perso in termini di capitale umano. Un patrimonio che, all’ombra della Mole, non solo è stato sciupato, ma si è «eroso» secondo gli analisti che hanno partecipato al dossier pubblicato dal Centro Studi Einaudi.

Persino «a un ritmo più veloce» che nelle altre grandi città, assoggettate allo stesso destino dal punto di vista demografico, per cui registriamo un saldo tra nati e morti che è il peggiore in Italia dal 1918. Quando il conto lo fecero pagare la Grande Guerra e l’epidemia di Spagnola. Ma non solo. Perché anche la grande capitale universitaria è un’illusione ormai sfumata, benché il Politecnico accolga da fuori Piemonte il 55% degli iscritti e UniTo il 21%. Peccato che almeno un terzo di chi si laurea qui, considerato lo scenario, poi vada a lavorare o a vivere altrove.

Così, nell’ultimo decennio si è praticamente fermata la crescita della percentuale di laureati tra i residenti più giovani. E Torino, già solo con questo record, si piazza al quartultimo posto tra le città metropolitane d’Italia. Un riflesso immediato di ciò che è accaduto nell’economia e nella capacità d’impresa. Dal punto di vista del tessuto industriale, infatti, si conferma una significativa diminuzione del numero di imprese, a fronte di una dinamica che a livello nazionale è rimasta sempre in crescita.

Unica nota positiva, l’arrivo di multinazionali a controllo estero che, secondo gli esperti, potrebbero «contribuire a rafforzare il sistema economico locale», accompagnato da un processo di ritorno di alcune delle aziende che hanno delocalizzato negli ultimi anni. Non senza il rischio, però, che lo facciano altre in futuro. Quanto alle “start up” innovative, non va meglio. Si fermano all’1% delle società di capitale e scontano un valore medio della produzione «nettamente inferiore» rispetto al resto d’Italia. E questo per l’assenza di investitori e capitali da esporre a rischio.

Nemmeno il turismo, spesso evocata come panacea, ha saputo fare miracoli. Un settore economico chiave in relazione all’attrattività ma in cui l’offerta ricettiva è cresciuta solo negli anni precedenti alle Olimpiadi 2006. Dopo? «Molto poco» assicura il Rapporto Rota. Le presenze, quelle sì, sono aumentate ma restano più contenute quelle straniere. «Anche per la scarsa visibilità di Torino sul web e tra i tour operator esteri». Così il maggiore punto di forza del sistema si conferma quello dei musei più noti, che ha portato a una crescita delle gite scolastiche, parallela a quella di chi sceglie di venire in città per curarsi, ma non di chi lo fa per motivi di lavoro o per congressi e fiere professionali.

La sanità, poi, viene messa a nudo dall’esplodere delle pandemia di Covid a cui «Torino e il Piemonte sono arrivati con una dotazione del sistema sanitario medio-bassa rispetto agli altri contesti metropolitani». In termini di posti letto e in particolare per le terapie intensive, dotazione di personale medico, copertura vaccinale antinfluenzale, per citare solo alcuni parametri rilevanti. Male, ancor di più, sarebbe andata nei mesi successivi. Il sistema sanitario «non ha particolarmente brillato in questi ultimi nove mesi» per la incapacità di incrementare le proprie dotazioni per affrontare «in modo efficiente» l’epidemia in atto.

Le conclusioni non sono ottimistiche. Sia dal punto di vista sanitario, che sulle dinamiche socioeconomiche e territoriali. Per invertire la rotta, quella intrapresa in retromarcia come fanno i gamberi davanti a un pericolo, servirà uno sforzo aggiuntivo. Almeno per orientarsi tra i diversi «futuri possibili». Quali è tutto ancora da decidere.

romanetto@cronacaqui.it

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