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Cronaca
IL FATTO

In provincia 700 senzatetto: uno su tre è una donna sola

Crescono del 50% gli “invisibili” in prima cintura: padri separati e giovani precari

Il crollo dei redditi e il lavoro che è venuto sempre più a mancare, specie quello precario sfumato tra i vari lockdown. Ma anche quei drammi famigliari per cui molti padri e madri finiscono sul lastrico dopo una separazione. Sono alcune delle principali cause che, negli ultimi anni, hanno trasformato quasi 700 cittadini della prima cintura di Torino in senzatetto o nei cosiddetti “secondary homeless” nel 74% dei casi. Un stima che non arriva dal capoluogo ma dal suo circondario, come Settimo, Grugliasco, Chivasso o PineroloLa provincia, in cui nel 2018 i servizi già contavano almeno 661 utenti ma dove, a differenza di Torino, è più facile che anche chi finisce in povertà assoluta non si trovi a dormire materialmente per la strada.

L’OSSERVATORIO
Sono alcune delle evidenze che arrivano dal monitoraggio avviato dalla Città Metropolitana di Torino e di una ricerca, condotta a partire dal 2016 e approdata nello studio “L’homelessness nel territorio metropolitano torinese” dei professori Roberto Albano e Cesare Bianciardi dell’Università degli Studi, cui obiettivo è arrivare a creare un Osservatorio permanente sul fenomeno dei senza dimora «per mettere a sistema la capacità di attrarre risorse e strumenti efficaci a contrasto». A cadere nel baratro delle nuove povertà nel 2021 si calcola sia stato il 50% di persone in più rispetto all’anno precedente e, secondo l’impressione degli assistenti sociali sul territorio, la pandemia avrebbe inciso per il 20%. «Bisogna capire da questo che il problema dei cosiddetti “senza fissa dimora” non riguarda soltanto Torino ma anche la sua provincia, seppur con caratteristiche diverse» ha commentato il direttore della Caritas, Pier Luigi Dovis nel corso del confronto con specialisti e esperti in Città Metropolitana.

CHI CADE NEL BARATRO
A cornice dei lavori c’è l’indagine dei professori Bianciardi e Albano, la cui ricerca ha spostato l’attenzione sugli operatori dei servizi pubblici e del terzo settore per conoscere quali sistemi di condivisione dei dati hanno a disposizione e come li utilizzano. Tre i profili emersi. Quello di persone senza dimora di lungo periodo, che occasionalmente compaiono ma “in transito”. Oppure chi ha dipendenze, malattie, problemi in famiglia e che «in altri periodi se la sarebbe cavata mantenendo una casa» ma oggi non riesce più. E ancora, persone dalla vita «tendenzialmente normale» che a causa di un evento inatteso entrano in forte disagio economico e abitativo, con un lento scivolamento verso il basso e l’incapacità di chiedere aiuto ai servizi sociali del proprio territorio.

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