Buon anno (foto Depositphotos)
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EDITORIALE DEL GIORNO

In che senso “buon”?

Gli auguri che abbiamo fatto e ricevuto cominciano tutti da un “buon”. Ma cosa vuol dire quel “buon” (Natale, anno nuovo, ferragosto, compleanno…) se non “pieno di felicità”? Pianeta misterioso, la felicità, come l’amore. Concetto che nessuno riesce a definire senza lasciarsene sfuggire qualche frangia. Per Epicuro la felicità è assenza di dolore, e si potrebbe esser d’accordo, ma sembra un’eccessiva semplificazione. Tutto lì? Viene in aiuto SSS, Sua Somma Sapienza Aristotele, il quale teorizza che la felicità sia la nostra scelta fra ciò che ci fa star bene e ciò che ci distrugge: niente può portarti alla felicità se non scegliere quello che ti fa bene. Bell’aiuto, caro SSS! Non fai che spostare nel futuro i termini della definizione. Sarò felice se. E come faccio a sapere con certezza cosa mi farà bene? E quando? E per quanto? Sarò felice – tu mi dici – solo se seguirò la sapienza. E che cosa è la sapienza? Quando arriverà? Quando sarà bastevole? Secondo Socrate, maestro del tuo maestro Platone, mai: “so di non sapere” e più ne apprendo più capisco quanto me ne manchi. Basta. Per me la felicità è relativa, inconsapevole, momentanea e percepibile solo a posteriori. Chiedete a un drogato in astinenza grave cosa sia, e lui vi risponderà “una pera”. “Ma ti ammazza”. “Non importa, morirò felice”. Capito, SSS? Mi pare che Epicuro ti abbia superato, perché almeno ha posto l’indice sul secondo termine: la non-felicità, intendendolo come contrario: il dolore. E allora la felicità è l’attimo fuggente. Il maglione quando muori dal freddo. Il panino quando muori di fame. Un interlocutore quando muori di solitudine. La fine dell’articolo quando a Collino prende la mania delle definizioni.

collino@cronacaqui.it

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