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Impunità garantita

Gli avvocati e i giudici hanno in comune la facoltà universitaria (Giurisprudenza) e alcuni scheletrucci nell’armadio, all’alba della professione. I primi, ad esempio, fino a poco tempo fa calavano in massa a prendere l’abilitazione “facile” in Calabria. Sui secondi, invece, grava lo scandalo dei concorsi truccati, emerso quando un candidato genovese ingiustamente bocciato ha potuto controllare, dopo anni di battaglie legali (e di ostruzionismo da parte delle autorità) i verbali che lo dimostravano.

L’unica (ma decisiva) differenza è che gli avvocati, abilitati a Catanzaro o altrove, non vanno lontano se non sono bravi, mentre i magistrati, una volta nominati, hanno la carriera assicurata, e vanno tutti in pensione, se non col grado, col livello e lo stipendio massimi, indipendentemente dalla bravura. Sarà per invidia, allora, che certi avvocati di grido si permettono a volte di intimidirli?

Perché dal punto di vista tecnico potranno anche aver ragione, ma l’uomo qualunque, che si tiene alla forma, vede e allibisce. Possibile – si chiede – che un avvocato possa permettersi (anche se poi è stato denunciato per abbandono di difesa) di levarsi la toga con atto plateale, in pieno processo, e uscire dall’aula gridando: “Basta, questa non è la mia giustizia”, solo perché il giudice non accoglie una sua istanza?

È successo a Torino, dove l’avvocato in questione difendeva dall’accusa di frode tramite doping una società ricca e potente. Si dev’essere fatto suggestionare vedendo come i giocatori della squadra da lui difesa aggrediscono verbalmente l’arbitro ad ogni sua decisione non gradita. Si può, si può. Si chiama sindrome da impunità garantita.

collino@cronacaqui.it

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