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Il voto vuotato

Non voglio commentar risultati, me ne basta uno: in Italia ha votato meno del 50% degli aventi diritto. È vero che alle scorse comunali l’astensionismo era ugualmente forte, ma almeno un 10% di più aveva votato, in media. E comunque è strano che la percentuale più bassa di votanti si verifichi nelle elezioni i cui risultati ci toccano più da vicino. Votare una giunta comunale significa scegliere chi ci aumenterà la Tari per l’immondizia, la Cosap per l’occupazione di suolo pubblico, l’Imu per le case, e poi la gabella per le insegne e l’addizionale Irpef. Per chi abbasserà i limiti di velocità e metterà i rilevatori per mungere gli automobilisti con le multe, aumentandone importo e probabilità. Per chi prenderà decisioni cervellotiche su chiusure di vie, corsi e parcheggi per esasperare chi si ostina ad andare in macchina visto che i trasporti pubblici fanno pena. Per chi continuerà ad erogare servizi amministrativi e anagrafici da terzo mondo con la scusa degli organici insufficienti, quando centinaia di impiegati comunali si grattano, beatamente consci della loro inamovibilità. Per chi seguiterà ad appaltare all’esterno servizi e mansioni che i dipendenti comunali di 100 anni fa svolgevano tranquillamente ed efficacemente anche se privi di computer e strumenti di lavoro moderni. Però li capisco, i renitenti al voto. Il sistema ormai è talmente ingrippato che la musica non cambierebbe neanche se fosse eletto Gesù Cristo. È la copia su base locale di quanto succede a Roma. “Capitale corrotta, nazione infetta” scrisse l’Espresso nel 1955. E noi siamo rassegnati alla cronicità dell’infezione. Cancrena inguaribile, soprattutto col voto. Ecco spiegato l’astensionismo.
collino@cronacaqui.it

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