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Amarcord
11 MARZO 1818

Il volto del dottor Frankenstein ispirato dal poeta Percy Shelley

Il romanzo partorito durante l’oziosa villeggiatura a villa Diodati

Che volto aveva il dottor Frankenstein? Dall’11 marzo 1818, giorno della sua pubblicazione, innumerevoli artisti e registi si sono cimentati con il capolavoro di Mary Shelley, cercando di trasmetterci le tinte fosche del romanzo o realizzando deliziose parodie (come quella, ben nota, di Mel Brooks). Ma noi possiamo sapere quale persona ha ispirato la scrittrice inglese? Certo. E per capirlo dobbiamo ricostruire i suoi legami affettivi e familiari. Mary Shelley, all’anagrafe, si chiamava Mary Wollstonecraft Godwin ed era la figlia di una libertina rivoluzionaria, Mary Wollstonecraft. Poiché questa qualifica non l’ha nobilitata granché, la storiografia compiacente le ha appiccicato il termine “filosofa” (che notoriamente o si conquista o per la profondità del proprio pensiero o si ottiene per nobilitare dei perfetti sconosciuti). Spiace dirlo: la Wollstonecraft era una perfetta sconosciuta ed anche oggi è nota quasi esclusivamente per essere stata la prima femminista della storia. Un’attivista politica, dunque. Così come un attivista era suo marito, uno dei teorizzatori dell’anarchismo, William Godwin.

Mary morì di parto e sua figlia, cresciuta da Godwin, attirò l’attenzione di un giovane lord inglese: Percy Shelley, che ammazzava il tempo nel salotto del proto-anarchista Godwin. L’annoiato nobiluomo si innamorò, ricambiato, della giovanissima Mary. La più torbida tradizione romantica sostiene che abbiano consumato il loro primo rapporto sulla tomba della madre (come sia stato possibile si lascia all’immaginazione dello smaliziato lettore). Shelley era un partito irripetibile: gentiluomo ma anche rivoluzionario, raffinato poeta e per diletto scienziato con il pallino del magnetismo e dell’elettricità, la sua presenza in casa Godwin era assolutamente bene accetta. E ovviamente, il rapporto tra Mary e Percy non fu ostacolato. Alla fine, il “piccolo elettricista” Shelley chiese ed ottenne da Godwin la possibilità di portarsi via non soltanto Mary, ma anche la sorellastra Claire. Trascorsero un mese nell’ozio sensuale di villa Diodati, sul lago di Ginevra, in compagnia di un altro protagonista della cultura anglosassone di allora: George Gordon Byron, sesto barone di Byron, il quale a villa Diodati si accompagnava al suo segretario-medico-amico-amante John Polidori. Fu durante l’oziosa villeggiatura di villa Diodati che gli amici ebbero l’idea del concorso letterario: una gara sulla migliore storia di paura. Furono presentate due storie.

La prima era quella di John Polidori: il primo racconto di un vampiro, nel quale George Byron viene raffigurato in un vampiro assetato di sangue ma soprattutto di sesso. Il secondo racconto è quello di Mary Shelley, Frankenstein. In questo romanzo, il protagonista cerca compulsivamente di dare la vita alla materia morta tramite un disastroso esperimento di elettricità. Il volto del dottor Frankenstein? Era quello del poeta Percy Shelley.

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