PiazzaSanCarlo
Il Borghese
IL CASO Cinque anni fa la tragedia con due donne morte e 1.600 feriti. I parenti delle vittime: «Non si ripeta più»

Il vero senso della memoria

Ieri il ricordo della mattanza durante la proiezione della finale di Champions: da quel momento nulla è stato come prima

Ore 22, dodici minuti, otto secondi del 3 giugno 2017. Cinque anni fa. Il terzo gol di CR7, che indossa ancora la maglia del Real Madrid, spegne qualunque velleità dei tifosi juventini di alzare al cielo la Champions. Ce ne sono almeno 40mila, assiepati di fronte all’unico maxi schermo sistemato tra le due chiese di piazza San Carlo. Troppi per un luogo che non offre vie di fuga ed è stato anzi trasformato in un recinto di transenne metalliche. Il resto è la cronaca di quello che un perito della Procura descriverà dicendo che è successo “ciò che può accadere ad una mandria di animali spaventati”.

Alle 22.18.12, migliaia di gambe iniziano a correre alla ricerca della salvezza. E si infrangono contro quelle barriere che, nell’allestire l’evento, erano state agganciate l’una all’altra. È un massacro, con centinaia di persone che cadono sul selciato, finendo per essere calpestate o con le carni straziate dal tappeto di bottiglie rotte che lo ricopre. Kelvin, 7 anni appena, si salva soltanto per il provvidenziale intervento di un militare, che gli fa scudo con il proprio corpo. Marisa Amato, uscita per una pizza con suo marito, perderà l’uso delle braccia e delle gambe. E qualche mese più tardi morirà.

Alla fine, i feriti saranno più di 1.600. Ai quali aggiungere un’altra donna morta, la 38enne di Domodossola Erika Pioletti. Il disastro è evidente nelle sue bibliche dimensioni fin dall’inizio. Con centinaia di feriti che si trascinano come fantasmi tra le transenne sfondate, le bottiglie rotte, le scarpe perse da chi stava scappando. Ma per fare un primo, chiaro, punto della situazione occorrerà attendere il giorno successivo. Il sindaco Chiara Appendino non è a Torino, ma è a Cardiff a seguire la partita. In città non c’è neppure alcun membro della sua giunta.

Dopo il vertice d’emergenza del 4 giugno si abbozzano le prime, balbettanti, ricostruzioni sulle responsabilità. E intanto parte l’inchiesta, da subito divisa in due. Perché le carenze organizzative sono evidenti, c’è solo da capire a chi ascriverle nel filone d’indagine sui colletti bianchi. Ma poi c’è da ricostruire quale sia la causa scatenante dell’inferno. E qui non è questione di cavilli. Ma alla fine si arriva a una pista, grazie a un’indagine che i poliziotti del commissariato Barriera Nizza stanno facendo sulle babygang, con bande di giovani perlopiù nordafricani che organizzano veri e propri tour internazionali della rapina.

Le denunce su cui lavorano sono tutte uguali: un grande evento, qualcuno che spruzza spray urticante, un orologio o una catenina che sparisce. È per questo, confermerà la Cassazione, che sono morte due donne e altre 1.600 persone sono rimaste ferite. Per qualche grammo d’oro e per lo spray spruzzato in piazza per rubarlo ai tifosi. Quell’odore acre, con l’effetto accecante, ha scatenato il panico, trasformando la folla in una mandria impazzita. Ma prima di arrivare a questa verità sottoscritta dai giudici che hanno condannato i colpevoli a dieci anni di carcere, si era pensato a tutto.

La folla, in quel momento, aveva pensato a un attentato. Anche perché erano i tempi degli attacchi in Europa dei terroristi islamici, delle stragi di Parigi e di Nizza. Un’aggravante, per chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza e invece, hanno sentenziato altri giudici condannando (anche se solo in primo grado) i colletti bianchi tra cui l’ex questore e l’ex sindaca Chiara Appendino perché non avrebbero fatto abbastanza. Le condanne, però, non servono a riportare in vita le persone. Le pene non consolano i parenti dei morti. Che anche in questo caso, come accade dopo ogni tragedia enorme, fin dal primo giorno, hanno implorato le autorità di impegnarsi affinché drammi come quello non potessero più accadere.

Piazza San Carlo, anche grazie alla forza di madri, padri e figli che hanno perso tutto, è diventato uno di quei fatti che segnano il confine tra il dopo e un prima da non ripetere. Mai. Le ricorrenze, con la tromba che suona il silenzio, il sindaco che depone una corona di fiori, allora, diventano l’occasione per rinfrescare a tutti la memoria. Per far sì che una lapide sia un monito, e non soltanto una lastra di pietra con un elenco di nomi.

stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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