strage-funivia
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Il tradimento dei telefonini

Due anni fa, quando il bar del Palagiustizia era ancora aperto, bevendo un caffè con un amico giudice gli chiesi perché non volesse saperne di comprare uno smartphone. Stupito della domanda, girando lo zucchero nella tazzina, allargò il sorrisino alla Alain Delon e mi spiegò che uno come lui, assai sensibile al fascino del gentil sesso ma altrettanto impacciato con la tecnologia, avrebbe rischiato di far naufragare il matrimonio in due settimane o poco più. Il giudice, con il suo vecchio Nokia senza Internet, al giorno d’oggi è un’eccezione. Per i più, ormai, il telefonino è un’estensione di sé. Memoria compresa. Lì, dentro, nelle applicazioni, nelle mail, nelle chat e nei social network c’è un condensato di vita che – per il sol fatto di tenerlo in tasca – consideriamo privato. Nostro. Senza pensare che non è affatto così. Il telefonino, in realtà, è come un diario di bordo. Un registro di azioni, idee, conversazioni che – raccontano ogni giorno le cronache – sempre più spesso rappresenta la chiave per la soluzione di un delitto. Il mio amico giudice, abituato a occuparsi di spacciatori, truffatori e assassini, lo sa bene. E lo sanno bene anche i suoi colleghi di Verbania alle prese con l’inchiesta sulla strage della funivia che adesso – dopo la batosta arrivata sabato sera con la decisione del gip che di fatto ha smontato l’accusa – devono ripartire da capo. Cercando nelle memorie virtuali dei telefonini le prove di ciò che secondo il giudice per le indagini preliminari non è stato dimostrato. Ossia che il gestore Luigi Nerini e al direttore dell’impianto Enrico Perocchio sapessero che il caposervizio Gabriele Tadini avesse inserito i forchettoni per bloccare i freni. Nerini e Perocchio giurano di no. Tadini afferma con altrettanta fermezza di sì. E dall’analisi delle chat, estesa anche a quelle con gli operai e tutti coloro che in qualche modo avevano a che fare con l’impianto, potrebbero arrivare importanti informazioni in un senso o nell’altro. I telefoni e pc dei tre indagati sono stati sequestrati. Un perito ne scandaglierà la memoria con un accertamento irripetibile. Stessa forma della perizia che è stata affidata a Giorgio Chiandussi, il professore del Poli chiamato a svolgere il lavoro più delicato e importante di tutta l’in – chiesta. Il suo compito, di cui discuterà oggi con il procuratore di Verbania, Olimpia Bossi, è quello di capire perché si sia spezzato il cavo. Un passaggio chiave, la vera chiave di volta di una indagine che già nelle prossime ore potrebbe allargarsi. Il numero di indagati, infatti, è destinato a salire. Con una iscrizione sul registro che potrebbe essere decisa a loro stessa garanzia, visto che solo in quella veste avrebbero diritto a partecipare con un proprio perito alle analisi affidate al consulente che non potranno mai più essere ripetute. Che la lista, dopo Tadini, Nerini e Perocchio stia per allungarsi l’ha detto lo stesso procuratore. Quali siano i nomi che andranno ad aggiungersi lo si saprà nelle prossime ore. A doversi trovare un avvocato, pare certo, saranno i tecnici che hanno operato sulla funivia Stresa Mottarone. Mentre si fanno sempre più insistenti le voci di un imminente coinvolgimento del mondo della politica. Con la Regione Piemonte e il Comune di Stresa (nelle vesti, rispettivamente, di proprietari di diritto e di fatto) che potrebbero essere chiamati a dimostrare di aver fatto tutto ciò che potevano (e dovevano) fare in base al proprio ruolo.

stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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