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Cronaca
Emilio Bolla parla dell’emergenza casa

Il presidente dell’Atc: «Rischiamo davvero una guerra tra poveri»

«Il nostro è un settore in cui non si investe da decenni. Noi facciamo tutto il possibile, ma non ci lascino soli»

Emilio Bolla è il presidente dell’Atc. Il sindacato degli inquilini, l’altro giorno, ha manifestato sotto la Regione accusando anche l’Agenzia di non fare abbastanza per un problema, quello della casa, che rischia di diventare una vera e propria emergenza.

Cosa risponde, presidente?
Sul fatto che per questo settore non si faccia abbastanza mi trova perfettamente d’accordo. I sindacati inquilini fanno il loro lavoro e ci segnalano cosa non va nella gestione; certamente ci sono margini di miglioramento ed è nostro dovere rendere i servizi sempre più efficienti ma le Atc non possono certo gestire, da sole, il problema della casa nel suo complesso. Intanto è un settore su cui non si investe da decenni e mica solo in Piemonte: dalle stime di Federcasa sul fabbisogno abitativo nazionale servirebbero almeno altri 300mila alloggi. Dobbiamo provvedere alla ordinaria manutenzione degli immobili e la principale fonte di entrata per i nostri bilanci è costituita dai canoni d’affitto, che per legge sono calcolati in base al reddito e, in media, ammontano oggi a circa 80 euro a famiglia. Questo vuol dire avere a disposizione pochi milioni di euro l’anno per un patrimonio di 28mila appartamenti. Mi pare ingeneroso pensare che non sia stato fatto abbastanza: in questi mesi abbiamo sfruttato tutte le opportunità offerte da superbonus e finanziamenti legati al Pnrr per avviare cantieri di riqualificazione energetica sul patrimonio. Sono oltre 200 quelli in corso che, oltre a preservare gli edifici dal degrado, abbatteranno i consumi. Che sono sicuramente l’emergenza del momento. Siamo stati tra i primi, mesi fa, a lanciare l’allarme sugli aumenti del riscaldamento. Abbiamo aumentato il numero di rate, chiesto di rinegoziare le tariffe, adottato misure di risparmio. Ma sappiamo di andare incontro a un inverno difficile.

Ma la questione casa è davvero una bomba sociale? Cosa rischiamo?
Il caro bollette metterà sicuramente in difficoltà gli inquilini delle case popolari, già economicamente fragili: il costo del riscaldamento costituisce circa il 50% del valore complessivo di una bolletta (valore che arriva fino al 75 per coloro che accedono al fondo sociale). Ma che succederà a quelle famiglie, magari monoreddito, che vivono in affitto sul mercato privato e già faticano ad arrivare alla fine del mese? Finiranno ad ingrossare le fila di chi fa domanda di casa popolare.

Con il caro bollette, i vostri conguagli e l’adeguamento Istat, è facile immaginare un aumento della morosità. Quale è il livello oggi, avete già notato un incremento?
L’adeguamento Istat è in media di 1-2 euro al mese. I conguagli che arrivano oggi hanno visto un ritocco degli aumenti già nel corso della passata stagione, proprio per evitare “stangate”. Poi è chiaro: l’affitto è calcolato sul reddito ma sulle spese non esistono tariffe calmierate per le fasce deboli, i nostri inquilini dovranno fare i conti con gli aumenti come tutti i consumatori. Ad oggi non si vede un aumento della morosità ma è presto.

Per chi non paga, alla fine, c’è lo sfratto. Quanti ne avete in programma nei prossimi mesi?
Per chi non paga e ha reddito basso c’è il fondo sociale regionale. Ne beneficiano 6mila famiglie ma sul prossimo ci aspettiamo un aumento delle domande. Poi ci sono i piani di rientro sostenibili del debito, lo sfratto è l’estrema ratio, ne facciamo poche decine l’anno. Ma è evidente che non potremo essere lasciati soli ad impedire ai nostri inquilini di perdere la casa.

Parliamo di assegnazioni: avete un migliaio di alloggi vuoti a fronte di 9.600 famiglie in lista d’attesa. Assegnarli spetta al Comune, ma renderli “assegnabili” spetta a voi. Quale è il punto in cui si inceppa il meccanismo?
Il meccanismo funziona. Abbiamo accelerato le procedure ed è cresciuto il numero di appartamenti che rimettiamo in circolo. Altri ancora verranno riqualificati coi fondi PinQua e Cipe. È fisiologico ci sia un numero di alloggi che periodicamente si liberano e vanno ristrutturati così come purtroppo che alcuni restino vuoti più a lungo, ad esempio quelli molto piccoli, perché in graduatoria ci sono perlopiù famiglie numerose.

Se uno dei problemi è la mancanza di risorse per procedere con le ristrutturazioni, quanti milioni servirebbero? Il Comune di Torino fa abbastanza? E la Regione? Si era parlato di una modifica della normativa sulle assegnazioni che avrebbe dovuto renderle più rapide. C’è stata?
Facciamo tutti la nostra parte. È chiaro che con maggiori risorse si può sempre fare di più, a tutti i livelli. Ma la Regione lo scorso anno ha stanziato un milione di euro ad hoc per permetterci di ristrutturare più alloggi sfitti e, dall’inizio del 2022, abbiamo già sistemato e messo a disposizione per le assegnazioni circa 300 alloggi a Torino e un centinaio nei Comuni dell’area metropolitana.

Quante sono le case occupate?
Circa 200, un numero sicuramente contenuto sul totale ma in aumento e da non sottovalutare.

Non teme che prima o poi, se la situazione delle occupazioni non si risolve, scoppi una guerra tra poveri?
Certo. Credo si debba procedere con gli sgomberi al più presto, almeno sulle situazioni che stanno registrando più tensioni tra gli occupanti e gli abitanti regolari. Ma anche qui, Atc non può certo fare tutto da sola. Abbiamo installato oltre 300 antifurti per prevenire nuove occupazioni e funzionano, la nostra parte la facciamo.

Il 24 accenderete i termosifoni, per 6 ore anziché 13 e con un grado in meno. Quali misure di austerity avete previsto nei vostri uffici?
Le stesse. Chiaramente cambieranno le fasce orarie ma la necessità di contenere la spesa imporrà sacrifici anche a noi, come a tutte le aziende.

Per luce e gas, prevedete una spesa di 30 milioni, ma il bando di Scr sul gas che riguarda anche voi è andato deserto e i contratti scadono a fine anno. Non rischiate, come tanti altri enti, di rimanere senza fornitori?
Io spero che nel frattempo arrivino misure dal Governo a sostegno di questa situazione. Quello che è successo pone l’attenzione al tema delle tariffe sulle quali, al di là dell’incremento del costo della materia prima, non sono mancate speculazioni. Banalmente, se gli aumenti fossero stati applicati al solo costo della materia prima e non alla quota fissa, le rate del riscaldamento sarebbero di almeno 50 euro in meno a famiglia.

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