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Economia
L’inflazione ha fatto “lievitare” i prezzi

Il pranzo di Natale costa il 30% in più: la Nuvola a 46 euro

Viaggio tra negozi e supermercati: panettoni, agnolotti, salumi, formaggi, pane e cotechini molto più cari del 2021

Dagli agnolotti al prosciutto, dal panettone al cotechino, dal pane al formaggio. Rispetto all’anno scorso, tra inflazione, caro materie prime e bollette astronomiche, i prezzi dell’alimentare hanno subito rincari vertiginosi di circa il 30% in più con punte che arrivano addirittura al 50%. Percentuali che abbiamo voluto dimostrare direttamente sul campo. A tal proposito, per toccare con mano i rincari che gravano sulle tasche dei torinesi, siamo tornati negli stessi negozi dell’anno passato.

Alla pasticceria Ghigo, la famosa Nuvola che ogni Natale attira code interminabili di clienti, viene venduta a ben 46 euro al chilo, contro i 42 dello scorso anno. «Un rincaro di 4 euro – spiegano dalla pasticceria di via Po – dettato dal costo maggiore del burro con cui viene realizzato il pandoro». Anche gli agnolotti costano più cari. Per comprare un chilo di piemontesi allo storico pastificio Gran Madre bisogna sborsare 28 euro, due in più dell’anno scorso, e i plin arrivano a 29.90. «Abbiamo ritoccato i prezzi a settembre – spiega Franca, la titolare – perché le materie prime come la carne e la farina sono aumentate parecchio, senza contare i rincari della luce. Ma i clienti – aggiunge – hanno capito».

La coda di gente davanti all’ingresso del pastificio lo dimostra. Oltre alle eccellenze, a costare più cari sono anche i prodotti di largo consumo. Alla latteria Rural è aumentato praticamente tutto. Il pane comune da 4.50 al chilo e passato a 4.80, la mozzarella fior di latte costa 16.50 e per i formaggi stagionati si superano i 30 euro. Il motivo? «Paghiamo più caro l’olio di semi per il pane, gli altri prodotti che paghiamo più cari li vendiamo a circa un euro in più» spiega Katia, al bancone del negozio di alimentari. E al supermercato? Stesso discorso. Per farci un’idea abbiamo fatto un giro al Pam Local di via Bogino e ci siamo confrontati con il responsabile che ha confermato gli aumenti spropositati.

La bresaola della Valtellina costa ben 41,90 euro, contro i 38 dei mesi scorsi, il Gran Biscotto Rovagnati è passato da 29.90 euro a 31.90. Il salume che ha subito il maggiore aumento è il prosciutto cotto Raspini, venduto a 22,90, contro i 15,90, ben sette euro in più rispetto a qualche mese fa. I formaggi hanno raggiunto prezzi folli, per un chilo di capriccio di capra ci vogliono ben 30 euro. Ma a impressionare sono soprattutto i prezzi dei prodotti alla portata di tutte le tasche. Il panettone Balocco da 3.99 è salito a 4.99, mentre il cotechino Fini da 4.49 è arrivato a 5.49. «Sono aumentati in particolare i prodotti a base farina e latte» spiega Francesco, il responsabile del punto vendita.

Insomma, sarà un Natale caro e salato per i torinesi che si troveranno sempre più a dover tirare la cinghia anche nel 2023. «Dal 2000 a oggi, il 2022 è stato il primo anno in cui caro spesa e caro energia raggiungono di pari passo il più alto livello inflattivo dell’ultimo ventennio. E, stando ai nostri studi, il 2023, anno di recessione, dopo l’effetto-rimbalzo post Covid si aprirà con un rincaro medio del costo della vita pari al 13% per famiglia rispetto al 2022» spiega Patrizia Polliotto, presidente del comitato Unc Piemonte. «L’aumento irrefrenabile del costo della vita – sottolinea Polliotto – si traduce di fatto, per una larga fetta di consumatori, in una scelta obbligata a esclusione che riduce il carrello della spesa, privandolo così di alimenti indispensabili ormai diventati inaccessibili. La drastica impennata delle bollette di luce e gas asciuga il budget per vestiario, ristorazione, viaggi, cultura e tempo libero. Resistono solo le fasce di reddito più alto per cui il problema  non  si  pone».

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