piazza savoia
Amarcord
13 FEBBRAIO 1902

Il “mostro” di piazza Savoia rapiva e violentava le bimbe

Giovanni Gioli finì in carcere dopo aver ucciso Veronica Zucca

Piazza Savoia è ancora oggi ricordata per il “mostro” che spaventò e sconvolse i torinesi a partire dal 13 febbraio 1902, quando fu resa pubblica la scomparsa della piccola Veronica Zucca, di appena 5 anni. Edoardo Zucca, il padre, gestiva il Caffè Savoia: era un uomo noto a tutto il quartiere, e tutti si misero pertanto alla ricerca della figlioletta scomparsa.

La polizia interrogò tutti i negozianti e i residenti dei dintorni. I giornali ne parlarono per giorni. Qualcuno, effettivamente, sapeva qualcosa di più, e cioè che Veronica sarebbe stata in compagnia di un tale individuo, fatto così e così. Identikit che rispecchiava le fattezze di Alfredo Conti, sedici anni, che aveva lavorato come cameriere nel bar degli Zucca prima di essere licenziato per il suo brutto carattere. Conti, immancabilmente, finì nelle mani della giustizia, ma fu rimesso in libertà per assenza di prove. Tuttavia, appena giunta la primavera, iniziarono dei lavori di restauro al vicino palazzo Paesana. Un falegname che lavorava al cantiere, Angelo Damiano, scese negli infernotti del palazzo e si trovò nelle cantine. Là sotto c’era una specie di cassapanca. La aprì e gli si gelò il sangue nelle vene.

Dentro la cassapanca, come in una bara, c’era il corpo di una bambina. Il cadavere della piccola Veronica era stato trovato. La polizia a questo punto arrestò il padre della bimba, che più volte si era contraddetto nel corso degli interrogatori. Anche lui, però, fu scarcerato e dietro le sbarre arrivò tal Carlo Tosetti, un cocchiere del palazzo Paesana. Questi, quarantenne e robusto, sembrava essere un mostro fisicamente più credibile di Conti, che era un sedicenne piuttosto mingherlino e che non avrebbe potuto uccidere Veronica con tanta forza. Il pover’uomo restò in carcere cinquantacinque giorni, prima che nuove perizie rivelassero la sua innocenza.

Poi, la svolta: il 6 maggio 1903, quando ormai l’eco del «mostro» di piazza Savoia iniziava a spegnersi, sparì la piccola Teresa Demarta, di cinque anni anch’ella, figlia di un gasista di via Santa Chiara, civico 3. La zona era sempre quella di piazza Savoia. Quello fu l’errore dell’assassino: Carlo Tosi, il custode di palazzo Saluzzo Paesana, collegò immediatamente le due sparizioni e con molta precauzione scese nell’infernotto. Là sotto, trovò la piccola Teresa. Era ferita gravemente, ma era viva. Ed eccolo, l’assassino: era Giovanni Gioli, celibe, nullatenente. Gioli doveva avere qualche problema mentale, a detta di chi lo conosceva. Per lui, l’accusa era di violenza sessuale e di omicidio. Gli venne riconosciuta la seminfermità e scampò all’ergastolo, ma per lui la pena fu esemplare. La corte condannò «Gioli Giovanni alla pena della reclusione per anni venticinque e mesi due».

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