dialoghi con leucò
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NUOVA EDIZIONE

Il mito, quarto di luna di Cesare Pavese: come la risacca che smuove le pietre…

I “Dialoghi con Leucò” commentati da Guidorizzi
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In questo anno del Pavese liberato, ossia con i diritti di pubblicazione ormai liberi essendo passati oltre settant’anni dalla morte, dà un certo sottile piacere vedere l’edizione Adelphi dei “Dialoghi con Leucò”, il libro su cui, nella stanza dell’hotel Roma, in quella notte di agosto del 1950, lo scrittore vergò “Non fate troppi pettegolezzi” come ultimo gesto, il punto fermo dopo il “non scriverò più” annotato sul diario giorni prima. Il libro più caro a Pavese, il suo «quarto di luna», per lui testardo narratore di periferie americano-piemontesi, come aveva scritto.

L’edizione è arricchita da una introduzione-analisi di Giulio Guidorizzi, grecista, traduttore, docente universitario già anche all’università di Torino. In queste pagine mai tanto appropriatamente intitolate “Il ricordo che porta il ricordo che lascia” (ossia ciò che davvero e solo ha di immortale il mortale) Guidorizzi va alla radice dell’interesse per il mito di Pavese, ne rinverdisce l’attualità interpretativa, in un’ottica in cui, giova ricordarlo, oggi come ai tempi suoi, ma anche di René Girard o di Roland Barthes tutto può essere mito. Ma l’impronta archetipica, il “totem e tabù” di ciascuno di noi viene di lontano: ora l’eco di Odisseo che rifiuta l’immortalità, oppure Leucotea che è donna dello specchio pavesiano ed è l’amata Bianca Garufi con cui scrisse l’incompiuto e per questo mitologico “Fuoco grande”. Mito è la campagna dove tutto si rinnova nel fuoco e nel sangue, nel silenzio, nella memoria in cui, però, ciascuno è titano e mortale ugualmente, creatore e creato, «tuo padre sei tu» direbbe, ancora oggi, Nuto ad Anguilla.

Ma il mito è tutto ciò che è già narrato e dunque va rinarrato, perché ciò che accade una volta sola è come non fosse mai accaduto. Sottolinea Guidorizzi «a Pavese non interessava la cresta spumeggiante delle antiche storie che si avventano su chi le ascolta, ma il suono cupo della risacca che porta con sé i sassi smossi dall’onda. Il mito – così pensava – è essenzialmente un dialogo con se stessi». E allora, uomo-scrittore, figlio di te stesso e di una rupe sul mare, «prova a dire ai mortali queste cose che sai».

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