franca demichela
Cronaca
L’inchiesta sulla Demichela verso l’archiviazione

Il mistero della signora in rosso: dopo 31 anni nessun colpevole

Il codice genetico del killer non appartiene ai 5 indagati. Escono di scena per sempre il marito e quattro zingari

Il piccolo cimitero sulla collina morenica si specchia nelle acque del lago di Candia. Il cuore delle terre del bianco Erbaluce. Franca Demichela veniva da lì e lì è tornata troppo presto, seppellita nel camposanto del paese. La foto in mezzo alla croce bianca della tomba la ritrae raggiante e si intravede un vestito rosso. Il suo colore preferito. Lo stesso dell’abito che indossava quando la trovarono riversa tra i rifiuti, strangolata, forse con la sua stessa collana. Era il 14 settembre del 1991. Ieri facevano 31 anni. E per i cronisti dell’epoca fu fin troppo facile darle un nome. Franca Demichela diventò la “signora in rosso”. Protagonista, nel ruolo di vittima, di un giallo che, a meno di improbabili svolte, è destinato a rimanere senza finale. E dire che in Procura e alla Mobile, l’anno scorso, ci avevano creduto. Convinti di poter dare un volto e un nome al killer. Il pm Francesco Saverio Pelosi aveva riaperto l’inchiesta. Cinque nomi erano stati iscritti sul registro degli indagati, il loro Dna prelevato e poi spedito a Roma, alla sede centrale della Scientifica, per essere confrontato con quello dell’assassino isolato sui vecchi reperti. Le analisi sono durate mesi. Poi sono arrivati i risultati, preludio all’ennesima archiviazione. Il codice genetico di chi ha strangolato Franca, denominato “ignoto 1”, non corrisponde a nessuno di quelli dei sospettati. La chiusura ufficiale dell’indagine, a quanto pare, dipende soltanto dai tempi necessari al pm per scrivere la richiesta di archiviazione.

Al cimitero di Candia, oggi piove. L’acqua scivola sulla tomba, ma non lava via l’orrore di quel giorno in cui qualcuno spense il sorriso di Franca per sempre. Aveva 50 anni, la signora in rosso. E aveva un marito contabile nell’industria dell’automobile con cui le cose non andavano bene. Bella, curiosa, a suo modo stravagante, si era spogliata di una vita borghese che non le piaceva più, addentrandosi in un mondo di svago e di vizio, ma pieno di rischi, come era quello della Torino da bere. Franca viveva ogni giorno come fosse l’ultimo, accompagnandosi talvolta a individui dalla dubbia affidabilità che capitava invitasse in un appartamento ereditato dal padre in via Boston, usato come pied-à-terre.

Il marito fu il primo sospettato, lo misero sotto torchio, passò venti giorni in carcerazione preventiva prima che il pm si convincesse della bontà del suo alibi. «Ero a Val Della Torre – disse – lui. Con mia madre». E l’indagine ripartì da capo. Da quella discarica sotto il ponte della tangenziale in frazione Barauda di Moncalieri dove il cadavere venne trovato da un senzatetto in una notte di settembre. Come era arrivata lì? Con chi aveva trascorso le ultime ore? Gli investigatori lavoravano notte e giorno, spremevano tutte le loro fonti e gli informatori. Rincorrendo le voci, si cercò un fantomatico fidanzato tunisino che quando perdeva la calma alzava le mani, si lavorò su altri presunti “corteggiatori” dai nomi esotici. Ma la pista degli “amanti di Porta Nuova” portò a niente, se si esclude l’aumento di tiratura dei giornali. I cronisti per un po’ vissero solo di questo. La “signora in rosso” diventò un giallo di interesse nazionale. C’era il sangue, c’era il sesso, c’erano – forse – i soldi. Un uccellino disse ai carabinieri di indagare sui campi rom. Che Franca aveva fatto affari con gli zingari, parlò di traffici di gioielli rubati e orologi. Ma anche questo si rivelò un vicolo cieco. Come l’altra pista, sfuggita non si sa come ai giornalisti. Nel 1992, un uomo di cui neppure oggi si conosce il nome venne iscritto sul registro degli indagati. Si approfondì l’indizio di un capello, lungo e scuro, trovato sull’automobile della vittima. Ma l’indagine finì con una archiviazione. Stesso destino dell’ultima inchiesta, riaperta per ripercorrere vecchie strade con nuove tecniche. Dai reperti sequestrati sulla scena del crimine, si è riusciti a estrarre un Dna maschile che, ritengono gli inquirenti, appartiene al killer. E il codice genetico è stato confrontato con quello di cinque persone già finite sotto indagine in passato, nuovamente iscritte sul registro dei sospettati. Quattro zingari con cui Franca avrebbe trascorso l’ultima sera prima di finire risucchiata per sempre nella notte. E suo marito, ormai ultraottantenne, che ha sempre giurato di non c’entrare niente. La procura ha deciso di mettere ancora una volta alla prova la sua versione. Con la prova regina del Dna. Che quando non incastra, scagiona. Per sempre.

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