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Esteri
IL DRAMMA

Il grano, il carbone, il battaglione Azov: Mariupol città martire con 20mila morti

Il 90% degli edifici è stato distrutto, si scava a mani nude per cercare i superstiti del teatro

Una fila di scarpe, rotte e infangate, giace ordinata sulla terra gelata. Accanto, corpi avvolti nei sacchi dell’immondizia grigi, attendono di essere raccolti e accomodati con gli altri nelle fosse comuni. A Mariupol, la città martire di cui resta in piedi solo il 10% degli edifici, non c’è tempo per celebrare i funerali. E neppure le forze, che vanno conservate per dare una chance di sopravvivenza ai vivi.

Ieri, attorno al teatro bombardato dal cielo dai jet di Putin, sono arrivati in tanti. A scavare, con le draghe e con le mani, tra le rovine di quello che era un bel palazzo bianco con grandi colonne in cui avevano trovato rifugio in molti. Perlopiù madri con i loro figli, diversi bimbi malati che si sentivano al sicuro nelle stanze accanto a quella direttore. Erano centinaia là dentro. E ieri, a 24 ore di distanza, non si conosceva ancora il bilancio dei morti e dei feriti. Gli unici numeri circolati nel momento in cui scriviamo, a dire il vero, sono quelli dei superstiti. Più di 120 persone che hanno trascorso la notte nei sotterranei, come topi in trappola, sovrastati dalle macerie.

Ma un dato complessivo, al di là di questo massacro compiuto nonostante l’edificio fosse segnalato con due grandi scritte in cirillico ben visibili dal cielo che avvisavano della presenza di bambini c’è. L’ha detto ieri il ministro della Difesa ucraina, Oleksii Reznikov, in collegamento con le commissioni Esteri e Difesa del parlamento europeo. E fa tremare i polsi. Le vittime, dal 24 febbraio, soltanto qui, e soltanto tra i civili, sono oltre 20mila. Uccisi dalle bombe, dalle schegge, dai crolli. Ma anche dalla sete e dalla fame. Perché la tecnica di Mosca, è stata fin da subito quella di un assedio spietato che ha isolato la città, senza luce, senza acqua, senza cibo per due settimane.

Una dimostrazione di ferocia, ma anche di debolezza tattica e strategica da parte di Mosca, che sta dimostrando tutte le proprie fragilità in campo informativo e militare. Proprio a Mariupol, dove i soldati dello zar probabilmente pensavano di issare la propria bandiera senza troppi sforzi, dopo una resa facile da ottenere, almeno qui, dove c’è una forte maggioranza russofona che forse, nei pensieri di Putin, si sarebbe mostrata più “docile” di fronte all’avanzata dell’armata dello zar. E invece Mariupol non si è piegata. Tanti, finché è stato possibile farlo, hanno scelto di non scappare. Restando qui, tra gli scheletri dei palazzi squarciati dalle bombe. Difendendo la città e una posizione che per Putin sarebbe stata strategicamente fondamentale. Mariupol, che fino al 24 febbraio, era una città di 400.000 mila persone, con Odessa è il cardine dell’asse principale della logistica civile e militare ucraina, oltre che per asset decisivi per l’economia di Kiev, ma pure nostra. Perché chi controlla queste due città controlla i mari e i porti da cui parte quel grano che soddisfa il 30% del fabbisogno dei Paesi europei. Mariupol è un un porto importante con fondali adeguati a navi di un certo cabotaggio, è lo snodo principale del mare di Azov, che lo stretto di Kerch – in cui un lungo ponte unisce la Crimea e la Russia – separa dal Mar Nero. È la seconda città più importante nella regione di Donetsk, il cuore del Donbass, ed era la decima più popolata nell’intera Ucraina. Mariupol è il terminal naturale di una regione in cui la steppa è un infinito granaio disteso su enormi giacimenti di carbone e minerari. Ma è anche il quartier generale del famigerato Battaglione Azov, accusato di crimini orrendi da organizzazioni internazionali imparziali e ora entrato tra gli effettivi dell’esercito ucraino. Per Putin, i suoi membri sono i ricercati numeri uno. È contro di loro, si dice, che vorrebbe sguinzagliare i tagliagole ceceni e siriani.

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