Boniperti
Sport
IL LUTTO 1928-2021

Il geometra bomber pagato in mucche che pativa il derby…

Giampiero Boniperti, icona della Juventus

Prima di lui non esisteva neppure il termine centrocampista, l’aveva coniato appositamente Gianni Brera per definire questo attaccante che era pian piano arretrato dietro le punte – e che punte! Una era John Charles, l’altra Omar Sivori nel “trio magico” – a costruire un nuovo ruolo, una nuova maniera di intendere il calcio. E da presidente, soprattutto nel primo lungo regno dal 1971 al 1990, aveva colto ogni genere di trionfo, o quasi. Impossibile non ricordarlo in tribuna – solo il primo tempo, ché per la tensione scappava all’intervallo – con l’Avvocato Agnelli, a salutare messianicamente i giornalisti.

La sera in cui la Juve scoprì la sua nuova casa, lo Stadium, c’era lui su quella panchina che simboleggiava la fondazione, assieme ad Alex Del Piero, il campione che gli aveva tolto il record di gol segnati in bianconero. Giampiero Boniperti se n’è andato a meno di un mese dal suo novantatreesimo compleanno. Si è spento nella casa in collina, dove viveva appartato – non avendo più ruoli societari, se non la presidenza onoraria – con l’amata moglie Rosy. Accanto a lui, i figli Giampaolo, Alessandro e Federica. A quanto si apprende, negli ultimi tempi avrebbe accusato «un malore improvviso», che lo aveva prostrato profondamente. Fino a farlo spegnere.

Lo chiamavano ancora tutti “Presidentissimo”, per far capire quanto rappresentasse per il mondo bianconero. Quando era in campo, però, gli avversari lo chiamavano «Marisa» per via dei capelli chiari ondulati ma anche di improvvisi rossori che lo coglievano. In campo, però, non c’era timidezza e non toglieva la gamba. Amava e pativa il derby, da presidente diceva che avrebbe preferito non giocarlo perché gli portava via troppe energie nervose. Il Toro lo avrebbe voluto, su consiglio di Valentino Mazzola: lui andò al colloquio, per gentilezza, ma declinò, non avrebbe mai tradito la Juventus.

Giocò però una partita in maglia granata, un omaggio al Grande Torino caduto a Superga. Proveniente da una famiglia agreste, il «geometra di Baveno» aveva il senso della misura dei piemontesi: nel suo contratto era inserito, come premio, un vitello o una mucca degli armenti Agnelli per ogni gol che segnava. Il fattore si lamentava che il geometra non ne sbagliasse mai una, prendendo sempre il vitello migliore, oppure la mucca più grande o incinta (così da moltiplicare subito il capitale). Da presidente era quello dello stile Juve che pretendeva capelli corti e in ordine – sì, vaglielo a dire a Platinì, che in effetti se ne fregava abbastanza, o a Tacconi -, abbigliamento adeguato. Chissà cosa avrebbe pensato delle nuove generazioni di calciatori appariscenti… Era lui padre e padrone di tutta l’azienda: quando Gaetano Scirea gli chiese il permesso di sposarsi, fu lui a stabilire la data delle nozze dopo aver dato un’occhiata al calendario del campionato. Quando c’era da ridiscutere i contratti – nel senso che non si discuteva affatto -, dava appuntamento a fine stagione, controllava l’andamento rispetto al campionato principale e a quel punto decideva se il calciatore valeva o no l’aumento di stipendio.

Tra le sue frasi più celebri, quel «vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» che la Juve ha adottato come suo motto. E forse fu anche per questa sua convinzione che rivendicò sempre, seppur a malincuore, la vittoria della Coppa dei Campioni, quella maledetta notte dell’Heysel e rifiutò sempre di restituire il trofeo, anche quando a chiederlo erano gli stessi juventini. Era un grande oppositore del limite all’epoca dei due stranieri per squadra: sognava una formazione multinazionale e multietnica, andò persino in Unione Sovietica per prendere Zavarov che non fu il campione in grado di sostituire Platini.

Come molti, si prese anche lui una sbandata politica con un ruolo da europarlamentare con Forza Italia. Una curiosità: fu anche attore, con una piccola parte – quella di se stesso – nel film “L’inafferrabile 12” con Walter Chiari, unico film prodotto dalla famiglia Agnelli stessa. La Torino bianconera non potrà tributargli l’affetto che meriterebbe, perché per volere della moglie Rosy e della famiglia non ci sarà camera ardente e i funerali si svolgeranno in forma strettamente riservata prima dell’ultimo viaggio per la tumulazione, che dovrebbe avvenire nella tomba di famiglia a Barengo.

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo