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Il falso diritto al picchetto duro

Scorrendo sul Fatto l’articolo di Lerner sui disordini di Tavazzano pare di leggere “Lotta Continua”, l’organo della sinistra extraparlamentare del quale Gad era vicedirettore negli anni ’70. Allora l’ultrasinistra si permetteva ogni eccesso “per la causa”. Uccideva, sprangava, e fiancheggiava i picchetti mandando all’ospedale i ‘crumiri’ che osavano violarli. Come se fossero un diritto sacro, mentre la Costituzione riconosce il diritto di sciopero, non di picchettaggio violento. Chi vuole entrare a lavorare non deve subire aggressioni. Ai cancelli di Tavazzano c’era un blocco armato di Cobas che non voleva far uscire un Tir della Zampieri. I primi a menare sono stati loro, gli scioperanti, e ad essi si è opposto un gruppo di dipendenti esasperati, non una “squadraccia di buttafuori assoldati per l’occasione” come dice Lerner. Lui parla di “facchini aggrediti perché protestavano”. Non dice che menavano botte da orbi. Per lui erano tutti Gandhi. A Gad fa paura “la divisa da lavoro di quei picchiatori impuniti in una guerra fra poveri che quando si fa dura induce il padronato locale a riesumare l’antico strumento squadristico dell’intimidazione antioperaia”. S’indigna anche perché la polizia presente non è intervenuta. E meno male, se no avrebbe dovuto per prima cosa disarmare il picchetto, beccandosi bastonate e sassate al grido di “polizia fascista”. Un film già visto troppe volte. Last but not least: non c’era stato alcun licenziamento. Solo contratti a termine non rinnovati. Ma è lì che i Gadan s’infuriano: loro vorrebbero solo posti fissi, zero licenziamenti, no trasferimenti e libertà di fancazzismo, alla Quo Vado. Cioè l’Urss all’amatriciana. Dite al lottatore continuo di controllare a Mosca.

collino@cronacaqui.it

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