Cesare Prandelli (foto: Depositphotos)
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Il coraggio di fermarsi

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Se davvero sarà come nella lettera che ha scritto per dire addio alla Fiorentina, un uomo come Cesare Prandelli mancherà di sicuro allo sport, al calcio, a questo calcio soprattutto. «Sono consapevole che la mia carriera di allenatore possa finire qui, ma non ho rimpianti e non voglio averne» ha scritto, dimettendosi, spiegando che per la seconda volta lascia la città e la squadra del cuore, la prima volta per decisione altrui, stavolta propria, dopo un ritorno motivato solo dall’amore. Nel mondo pallonaro che si specchia in Ibrahimovic sul palco di Sanremo o a sfidare il Covid, l’ex ct della Nazionale ha il coraggio di mostrarsi fragile, ha il coraggio di uscire dalla bolla calcistica e ascoltare e lasciar parlare solo l’uomo. Prandelli, già duramente colpito negli affetti tempo fa, sa cosa significa scegliere di fermarsi, decidere che ci sono cose più importanti dei trofei, della fama. Non spiega cosa sia questa «ombra scura» che gli è cresciuta dentro, né entra nello specifico di un malessere che non può non essere anche figlio dei tempi che viviamo. Dice «sarò cambiato io e il mondo va più veloce di quanto pensassi. Per questo credo che adesso sia arrivato il momento di non farmi più trascinare da questa velocità e di fermarmi per ritrovare chi veramente sono». Spiega che «questo mondo di cui ho fatto parte per tutta la mia vita, non fa più per me e non mi ci riconosco più». E provare a fingere non avrebbe senso: mancherebbe il rispetto per se stessi e per gli altri professionisti con cui ci si rapporta, anche per i tifosi ovviamente. In uno sport di supereroi e di plastica, di oro e lustrini, è bello capire che esistono ancora gli esseri umani.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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