Renzo Arbore (Depositphotos)
Spettacolo
LA RUBRICA

Il compleanno

Renzo Arbore (Lorenzo Giovanni Arbore), nato a Foggia il 24 giugno 1937 (84 anni). Musicista. Disc jockey. Conduttore televisivo e radiofonico. Autore televisivo e radiofonico. «Arbore è la Rai. Arbore è la coscienza mediologica della Rai, il primo che ha fatto tv sapendo che essa era anche radio, cinema, teatro, giornale»

Aldo Grasso

«Io nasco […] dalla noia, la peggiore, quella della provincia. Ogni sera, da ragazzi – tutti maschi, perché le donne si ritiravano alle otto -, bisognava inventare qualcosa per ammazzare il tempo. Magari ci fotografavamo il posteriore alla macchinetta della stazione o tiravamo alle lunghe con conversazioni disutili sulle corna dell’avvocato. Ma tutto mi è tornato utile quando, finalmente euforizzato, sono diventato il Renzo Arbore che sono»

Stefania Rossini

«In casa, anzi a palazzo, c’è un padre dentista, uno zio sindaco, una nonna nobile, il ricordo di un avo famoso come Carlo Cafiero, anarchico ricchissimo e pazzo, morto in manicomio»

Camillo Langone

Cafiero era la madre, Giuseppina, che però, «“da repubblicana, era diventata monarchica per amore di papà, Giulio. […] La sua fede era sempre stata molto forte e io sono stato educato nel rispetto dei comandamenti”. […] In famiglia il padre rappresentava l’autorità, ricorda. La madre sbrigava le pratiche quotidiane ed era petulantissima con l’educazione».

Luigi Vaccari

«Arbore, qual è il suo primo ricordo? “Mio padre che rientra dal sabato fascista e sbuffa perché non riesce a togliersi gli stivali”. […] Foggia, la vostra città, fu rasa al suolo dai bombardamenti. “Ho esordito come artista nei rifugi antiaerei. Cantavo, con un certo successo, le canzoni friulane che mi insegnava la mia tata Emanuela. Poi, quando si sentiva il rombo degli aerei, passavamo al rosario: ‘Ave Maria gratia plena…’. Alle prime esplosioni la preghiera saliva di tono, come per coprire il fragore. Un giorno all’uscita vedemmo una casa crollata, i morti schiacciati… […] I nazisti portarono via anche mio padre: credevamo di averlo perso”. Poi arrivarono gli americani. “Vedemmo i tedeschi sfilare via, uno a uno, con calma e disciplina. Poi si sentì una musica. Erano le radio montate sulle jeep Usa. Una macchina con la musica! Non avevamo mai visto nulla del genere. E poi i soldati con i piedi sui parafanghi. E i denti bianchissimi dei neri. Non potevamo che diventare filoamericani. Anche se erano state le loro bombe a distruggere la città”»

Aldo Cazzullo

«È stato così, con un puro incantamento, che su Renzo Arbore si è cosparsa Polvere di stelle (Stardust). Lui alla finestra della casa di famiglia nella centrale piazza Giordano. E di fronte Palazzo Frattarolo, sede del comando americano, con un circolo ufficiali da dove usciva una musica ammaliante per mano e fiato di musicisti pazzeschi (tipo Stan Getz) che giravano le basi americane in Europa. Dopo quella contagiosa polvere stellare in pieno dopoguerra, la vita di Renzino non sarebbe stata più la stessa. “Il mio amore per la musica – ricorda – è nato allora. La trama melodica di Polvere di stelle è complessa, un po’ contorta, quasi misteriosa, ma poi sfocia in un bellissimo ritornello: un capolavoro del jazz, scritto da un gigante come Hoagy Carmichael, autore pure del gioiello Georgia on My Mind, portata al successo da Ray Charles”. […] “La famiglia era ritornata a casa dopo essere stata sfollata per tanto tempo a Chieti e Francavilla al Mare, e tutto aiutava a recuperare una certa normalità. Anche la musica. Clarinetto o altri strumenti, ancora non ne suonavo. Però papà, dentista, tenente medico, direttore del tubercolosario di Foggia, era un appassionato melomane. Mamma suonava il piano e mia sorella grande cantava Reginella e altri classici napoletani. Poi c’era la virtuosa banda civica, e mettiamo pure che Foggia è la città di Umberto Giordano: non sono certo nato in un ambiente indifferente alla musica”».

Gian Luigi Paracchini

«Fin da piccolo, ho amato il jazz, […] sui dischi di Louis Armstrong. Avevo preso a imitarlo suonando a quattordici anni una vecchia tromba. Fu il clarinettista Franco Tolomei a prestarmi il suo strumento, a farmelo scoprire e a farmene apprezzare il suono. Nei primi anni Cinquanta fondai insieme ad alcuni amici il “Jazz College” di Foggia. Eravamo una piccola band. In quegli anni a Foggia capitavano jazzisti famosi come Gianni Sanjust e Carlo Loffredo. Imparavo da loro e ascoltando in casa la radio»

Antonio Gnoli Anteprimanews

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