Occhetto
Politica
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA

Il compagno Occhetto: «Il Pd ha dimenticato il mondo del lavoro»

L’ex segretario del Pci

Un’infanzia passata vedendo girare per casa Italo Calvino e Cesare Pavese, mentre Natalia Ginzburg si intratteneva interi pomeriggi in conversazioni con la madre. «Mio padre lavorava per la casa editrice Einaudi» spiega Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista italiano e primo del Pds. «Pensi che Pavese mi correggeva i compiti di latino» racconta e la sua vita – politica e personale – sa di storia e letteratura. Anche la sua idea di come dovrebbe lavorare un partito è lontana da quella che ci viene proposta dai leader di oggi. «Idee prima, nomi poi» ammonisce il compagno Occhetto, raggiunto al telefono mentre si trova nella sua casa di Roma.

Tra pochi giorni il presidente del Consiglio sarà il rappresentante di un partito che nel simbolo ha ancora la fiamma. Come la fa sentire?

«Sicuramente un uomo di sinistra come me non è contento che la destra più estrema sia al governo del Paese, anche se non credo che oggi ci sia un problema legato al fascismo. Anzi, penso che sia un dibattito che serve a sviare l’attenzione dal vero pericolo».

E quale sarebbe?

«Abbiamo una destra alleata a livello internazionale con una nuova ondata conservatrice. È una destra che ha in Orban il teorico fondamentale della democrazia illiberale. Non ritengo assolutamente che Giorgia Meloni possa riportare il fascismo in Italia. Siamo in un’altra situazione oggi. Non per questo meno pericolosa».

In questa vittoria elettorale quanto merito ha Meloni e quante colpe il Pd?

«Non c’è dubbio che ci sia stata una debolezza della sinistra e del Pd, in primo luogo, ma sarebbe riduttivo dire che si tratta di una colpa unica del Partito democratico. Se così fosse sarebbe stato sufficiente che Calenda e Conte – che credono di avere vinto -, avessero contrastato la destra. La verità è che sono tutti responsabili. Nell’area delle forze che non sono di destra – che sono maggioranza, se pur lieve, nel Paese – non c’è stata una strategia vincente».

A proposito di strategia, che cosa ha sbagliato Enrico Letta durante la sua campagna elettorale? Ha puntato molto sul dualismo tra rossi e neri. Lo ritiene un errore?

«È del tutto ovvio che in una campagna elettorale bisogna chiamare i cittadini a scegliere tra destra e sinistra. È sempre stato così e così fa anche la destra. La verità è che non c’è stata la capacità di individuare il bersaglio giusto».

E qual’era?

«Il punto è che una destra alleata con Ungheria, Polonia e sovranisti, può cambiare i rapporti di forza del nostro Paese in Europa. Cambiando i rapporti di forza si creano anche difficoltà economiche, che si ripercuotono poi sulle tasche degli italiani».

Lei è l’uomo che inventò la Quercia. Poi è arrivato l’Ulivo… Quale l’immagine sceglierebbe per rappresentare il Pd di oggi?

«È l’ultimo dei problemi. Il Pd deve superare il suo difetto di fabbrica: essere una fusione a freddo di apparati, invece di essere una contaminazione ideale alta tra diversi itinerari della democrazia anti fascista».

Posso chiederle che cosa ha votato alle ultime elezioni?

«Sono estremamente critico nei confronti della politica del Pd, ma l’ho votato perché ho ritenuto che dovesse essere più corto possibile il divario tra il primo partito di destra e il primo della sinistra».

Durante l’ultima campagna elettorale abbiamo visto i dem tornare fuori dalle fabbriche, ma il disamore degli operai era evidente. Perché la fabbrica non vota più a sinistra?

(sorride) «Solo questo punto richiederebbe un’intervista a parte. Il problema del Pd è che deve cercare di avere una identità precisa: capire come stare con la società, chi rappresentare e come ripartire dal mondo del lavoro, che ha abbandonato e da cui deriva la defezione degli operai. Deve stare vicino agli ultimi e, nello stesso tempo, dare una prospettiva al ceto medio».

È vero che il fronte progressista ormai è rappresentato da Conte e i suoi?

«Credo che tra tutti gli attori d el l’area cosiddetta “progressista” non ci sia nessuno che abbia la capacità di rappresentare l’insieme della sinistra. Hanno tutti rappresentato delle visioni laterali – anche giuste – ma parziali. Sono spezzoni di verità. Serve una visione complessiva che possa federare la sinistra. Il problema non è tutto sulle spalle del Pd. È chiaro che nella sinistra ci siano differenze programmatiche e di sensibilità, ma in un momento così delicato è utile unirsi su un minimo comune denominatore».

Intende un campo largo come quello proposto da Letta?

«No, io non parlo di campo largo. Parlo di consapevolezza e autocoscienza. Non può esistere nessun campo largo, se non ci si vuole unire neppure nell’opposizione al governo. Siamo lontani dai dirigenti che hanno idee di tipo unificatrici».

Mancano i grandi leader?

«Mancano prima di tutto le grandi idee».

Occhetto, quale è il primo ricordo indelebile della sua infanzia torinese?

«Ricordo una cosa fondamentale che ha segnato tutta la mia storia e il mio essere intimamente antifascista e di sinistra. A casa mia, durante gli ultimi anni del fascismo, c’era la sede clandestina della sinistra cristiana. Avevo otto o nove anni – non ricordo – e vedevo entrare in casa, furtivamente, di notte, partigiani, comunisti, socialisti e cattolici. È da Torino che mi è venuta l’ispirazione, poi declinata in modo sbagliato da chi è venuto dopo».

Cosa vuol dire?

«Senza la Bolognina non ci sarebbe stato né l’Ulivo, né il Pd. Ed è grave che coloro che si sono succeduti dopo si siano dimenticati questo punto di partenza».

Servirebbe una “nuova Bolognina”?

«Non voglio che gli altri facciano quello che ho fatto io. La Bolognina era un cambiamento del Pci, ma aveva come obiettivo l’unificazione delle forze. Oggi chiedo una profonda rifondazione del Pd, ma anche di tutta la politica della sinistra, perché molti dei difetti del Pd sono declinati in tutta la sinistra. Non parlo solo della parte più moderata, ma anche della più estrema. Devono farsi anche loro un esame di coscienza. Se gli operai vanno a destra non è solo colpa del Pd, ma anche di coloro che si considerano più rivoluzionari e che non hanno saputo intercettare i loro voti».

Così dicendo scagiona Letta?

«Né condanno, né scagiono. Io cerco di capire».

Dopo la Bolognina, ricevette alcuni duri attacchi che riguardavano anche la sfera personale: dissero che era un narciso, le rinfacciarono il bacio pubblico con sua moglie… Le fecero più male quegli attacchi o le parole di Massimo D’Alema che parlando di lei affermò: “A furia di svolte e svoltine nel nostro partito non si capisce più un cazzo”?

«È stato un periodo durissimo per me. Il cambiamento del più grande partito comunista dell’occidente non era una cosa da bambini, ma è avvenuta attraverso la più grande discussione democratica mai avuta all’interno di un partito italiano. Sono state centinaia di migliaia le persone che in quei giorni si sono messe a discutere. Abbiamo avuto congressi in tutte le sezioni, nelle fabbriche e nelle scuole. E ricordo che il massimo dei voti a favore della svolta lo abbiamo ottenuto proprio fra gli operai».

Si può ancora parlare di socialismo oggi?

«Il mio libro “Perché non basta dirsi democratici” ha come sottotitolo la dicitura “Ecosocialismo e giustizia sociale”. Quindi sì, si può. È una sintesi alta tra questione sociale e questione ambientale. Se in una democrazia la libertà non coincide con la libertà di tutti gli esseri umani, non basta definirsi democratici. Ci tengo a precisare che questo libro è stato scritto prima della guerra e delle elezioni, ma contiene al suo interno già tutti i temi che sono venuti fuori dopo. Soprattutto in merito alla nuova visione dei rapporti internazionali e all’esigenza di costituire una sicurezza internazionale comune e condivisa ridando all’Onu – riformata – una sua centralità».

Parlando di ambiente invece, cosa pensa dei movimenti dei Fridays For Future che combattono per il cambiamento climatico?

«Le dirò, io sono molto pessimista sull’attuale classe dirigente e ho invece grande fiducia nei giovanissimi hanno seguito Greta Thunberg. Lei sostanzialmente ha detto di ascoltare gli scienziati. I governi non hanno ancora capito fino in fondo che siamo sull’orlo di una catastrofe. Invece di mettere in atto una unificazione sistemica del mondo per affrontare il disastro, si è tornati alle guerre del ‘900. Questa è una irresponsabilità gravissima di Putin. E deve essere responsabilità di tutti cercare una via di uscita».

Un’ultima domanda, lei crede in Dio?

«Io sono ateo, rispetto la religione, ma non credo».

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