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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Il coltello in tasca

Le chiamiamo baby gang. Perché fa titolo, come lo faceva una volta “Arancia meccanica ”. In realtà tranne qualche caso isolato non c’è prova di vere e proprie bande al soldo delle organizzazioni criminali. E’ il gruppo che va a definire la forza e anche la tendenza alla violenza. E quando loro, i ragazzi abbandonati a loro stessi che fanno dei giardinetti di periferia la loro casa sono in gruppo, non sono più liberi o capaci di pensare da soli perché è il numero che fa la forza, che isola una mente pensante e che segue l’istinto. Che spesso, sempre più spesso è predatorio. E’ così che si finisce per scivolare in qualcosa che un singolo non farebbe ed è così che diventa sempre più facile commettere un reato. Peggio, sono sempre i più deboli, quelli che temono l’aggressività e il potere fisico dei più grandi a cercare conforto in un’arma. Basta un coltello, anche semplicemente uno di quelli che si usano per tagliare una bistecca per sentirsi dei duri. Poi la lama esce fuori dalla tasca. E il crimine può diventare sanguinoso. E’ accaduto in farmacia, due giorni fa durante una rapina che per poco non costava la vita ad un carabiniere coraggioso. Anche qui, all’origine c’era il gruppo, anche qui la palestra di malavita era un giardinetto. Anche se poi ad agire erano solo due: il capo e l’apprendista che sognava il colpo grosso. Diciotto e sedici anni. Il gruppo. E’ lui la belva che si deve isolare e combattere. Quello che nell’ottobre dello scorso ha devastato il centro di Torino approfittando di una manifestazione anti Covid in piazza Castello spaccando le vetrine delle griffe per rubare scarpe, giubbotti e borse firmate, in una sorta di rappresaglia contro il mondo del lusso. Ed è sempre il gruppo, diverso nella sua dimensione, più o meno numeroso, più o meno pericoloso a circondare e derubare ragazzi isolati nei giardini, nelle piazzette del centro ma anche in periferia. Gli episodi sono decine, molti mai denunciati dai ragazzi che si vergognano pure con le famiglie. Un fenomeno più sociale che criminale perché a questi ragazzi, italiani ed extracomunitari, spesso figli di quelle periferie dimenticate dove funzionano a metà solo le parrocchie e gli oratori, bisogna ridare valori, linee guida, educazione. Serve il combinato disposto di genitori, scuola, istituzioni. Una squadra che funziona poco, e male. Come la magistratura che spesso “perdona”. Perché è più facile che rieducare.
beppe.fossati@cronacaqui.it

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