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Il Borghese

I “Sì” di Sergio

È più forte di lui. O in fondo è l’anima piemontese di Sergio Chiamparino ad avere il sopravvento anche nei momenti complicati. Come può essere una campagna elettorale alle porte e che, negli almanacchi dei sondaggisti, lo vede sotto di nove punti rispetto ad un ipotetico sfidante di un possibile centrodestra unito. Magari Alberto Cirio.

«La politica è come il gioco delle bocce, i punti si contano alla fine». E lui ne sa qualcosa, unico politico invitto, almeno dai tempi dell’uninominale di Mirafiori e del cappotto rifilatogli da Alessandro Meluzzi con Forza Italia. Era il 1994 e a seguire saranno cinque lustri di successi, in Comune prima e in Regione poi. Adesso c’è l’ultima sfida per un politico che a settembre saluterà le 71 primavere, ma che nell’ora più buia del suo Pd ha risposto “presente” all’offerta di un altro giro di valzer. Anzi, nel dire “Sì” c’è già tutto il suo programma elettorale. Sì alla Tav, sì all’Asti-Cuneo, sì agli investimenti per la ricerca, sì alle borse di studio, sì al Parco della Salute di Torino e di Novara, nonostante i controversi tagli al numero dei posti letto. A ben vedere una strategia quasi obbligata, visto che i suoi avversari naturali sono le anime di un governo che di “no” al Piemonte ne ha già detti tanti. «Perché la verità vera è che i Cinque Stelle devono per forza opporsi a tante opere che interessano a noi. E che la Lega la sua anima ce l’ha altrove, nel Nord-Est e in quella Liguria dove il Terzo Valico è stato approvato senza bisogno neppure di passare dall’analisi costi-benefici».

La Tav assume così un significato molto più ampio di una linea ferroviaria ad alta velocità, diventando il simbolo di un Piemonte che vuole cambiare. «E intanto il governo Conte-Di Maio-Salvini pare abbia inviato una lettera a Telt nella quale intimava di sospendere la pubblicazione dei bandi di gara e che di fatto fa intampare la Tav. Proprio mentre l’Unione Europea ci avverte che, senza appalti, tra un mese e mezzo inizieremo a perdere i fondi». Una pausa e poi un sospetto: «Strano che tutto questo stia avvenendo dopo il voto sulla piattaforma Rousseau. Non vorrei mai che la Torino-Lione sia diventata merce di scambio con il processo a Salvini per la nave “Diociotti”».

Sergio Chiamparino sorseggia il suo espresso, rigorosamente senza zucchero, e parla di elezioni che sembrano lontane solo a parole. Lui, che cinque anni fa aveva annunciato ai quattro venti che la corona di governatore sarebbe stato il suo ultimo alloro politico, oggi spiega con il «senso di responsabilità» quella che potrebbe apparire come una marcia indietro. «Penso di aver governato bene e non volevo che la Regione finisse in mano a chicchessia. Abbiamo risanato i conti della Sanità al punto da poter togliere il ticket sui farmaci e abbiamo messo in cantiere il grande progetto del Parco della Salute. Ci accusano di aver tagliato i posti letto? La qualità della sanità moderna non si misura con i materassi. I posti letto servono vicino alle famiglie, non concentrati in un palazzo dove poi restano inutilizzati. Oggi il Piemonte vanta un record che ci deve illuminare la strada: quello dei trapianti. Ed è quella l’eccellenza a cui dobbiamo tendere».

Opere che diventano capisaldi di un programma elettorale, si diceva. E nei quali gli alleati dovranno giocoforza riconoscersi per imbarcarsi nello schieramento del governatore. A cominciare da Sinistra Italiana. «Dipende da loro, io non ho certo preclusioni. Anzi, devo dire che sui temi dell’università hanno dato un importante contributo». E le Madamine? Mino Giachino sostiene che dietro le sette donne in carriera prestate alla causa del “Sì” ci sia il suo zampino, o meglio quello del gran tessitore delle sue liste civiche Mario Giaccone. «Il professor Giachino avrà le sue informazioni altolocate, ma da parte mia posso dire di averne incontrate tre all’evento promosso da Ferrentino in Val di Susa. Con una ho scambiato anche il numero di telefono». Ma di fronte al pissi pissi del gossip politico, Chiamparino pare quasi ritrarsi. «Un normale confronto con chi ha saputo portare in piazza decine di migliaia di persone. E per due volte. Per ora nulla di più». Come dire che ci sarà tempo e modo di confrontarsi con loro e di trovare nuovi alleati a un Pd al quale sembra guardare ancora una volta con un pizzico di diffidenza. Come quando ammette di non aver ancora deciso con chi schierarsi alle primarie: «Sto ancora aspettando di capire le differenze tra le mozioni». E pensare che c’è stato un momento in cui il Pd di Renzi lo guardava come il padre nobile della rottamazione. Addirittura da proporlo in prima battuta per la presidenza della Repubblica. Un’idea che oggi viene rispolverata da Mimmo Portas, vulcanico leader dei Moderati e che lui respinge al mittente con la sua saggezza un po’ contadina dei nostri vecchi: «Esageruma nen».

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