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Cultura
RENATO GRIMALDI

«I robot ci cureranno, ma devono imparare. Quel futuro è vicino»

L’intervista della settimana

Per Primo Levi, il suo primo computer era qualcosa di simile al Golem creato dal rabbino come servitore. Oggi, per noi, il robot è un braccio meccanico che monta i telai della automobili in fabbrica, ma che pure è riuscito a far carriera e a “ballare” con Roberto Bolle, in uno spettacolo tre anni fa. E in futuro cosa saranno i robot? Servitori, pericoli? Ci sarà chi si affezionerà a un sex-robot? E come modificheranno la nostra società già colpita e profilata dalla tecnologia invasiva dei social, per esempio?

Al Salone del libro, vicino allo stand dell’Università di Torino, un robot giallo su quattro zampe si sposta tra le folla curiosa: si accuccia, si alza, pare scodinzolare, si lascia avvicinare da un bambino (che poi piange e va dal papà). È un cane robot, per ora comandato da un operatore, ma in grado di agire autonomamente. Incuriosisce o attira diffidenza. E d’altra parte, alle volte, anche i cani veri fanno piangere i bambini (quello di prima, comunque, è poi tornato ad avvicinarsi).

A Torino, dove si sperimenta l’auto a guida autonoma e dove si lavora all’intelligenza artificiale, c’è anche un laboratorio che studia quella che potremmo definire la sociologia dei robot, o la “Roboetica”. Non sono ingegneri o programmatori, o meglio: non sono solo questo. Sono tutti umanisti i docenti e i ricercatori che lavorano sui robot di domani (di oggi?), dagli esperti di etica a quelli di filosofia a quelli di cinema.

Renato Grimaldi, per esempio, è stato preside di Scienze della formazione e direttore del Dipartimento di filosofia ed è il curatore del volume “La società dei robot”.

Cominciamo da qui, professor Grimaldi, cos’è “La società dei robot”?
«Prima di tutto vorrei dire che questo libro è dedicato a Luciano Gallino, professore emerito di sociologia, in molti siamo suoi allievi. Nel 1973 ha fondato un laboratorio di intelligenza artificiale qui a Torino. Molto in anticipo sui tempi. È espressione del laboratorio a lui intitolato. I robot anche loro si sono evoluti, sono passati dai robot operai nelle fabbriche e sono diventati social-robot, come quelli che utilizziamo al laboratorio, nella cura e nell’educazione. Diventeranno sempre di più i nostri badanti e i partner dei nostri insegnanti. Poi ci sono robot giudicati da salvataggio e protezione civile, come questo cane che può andare in luoghi non accessibili all’uomo. Ci sono i co-bot, i robot collaboratori: sono accanto all’operaio, gli passano gli strumenti, gli forniscono le informazioni. È una evoluzione della robotica. E questo ha portato a diverse posizioni di robot nella società, da quello che fa le pulizie all’operaio specializzato al robot di telemedicina e permette di operare da Cleveland a Roma»

Ne abbiamo avuto una dimostrazione durante la pandemia, tra interventi a distanza e robot social per aiutare i bambini in lockown.
«Esatto. E non è solo un uso dei joystick: se il medico sta eseguendo una incisione, il robot gli “chiede” se sia sicuro di farla a quella profondità, in quel modo…»

Un vero e proprio assistente, quindi.
«Sì, non è un semplice esecutore teleguidato.»

Nella narrazione della fantascienza, è sempre presente il robot antropomorfo. Invece qui vediamo robot che riproducono movenze, ma non hanno figura né animale né umana. Il cane che vediamo, per esempio, scodinzola, gioca, ma non ha una testa canina montata.
«No, non ce l’ha perché è stata una scelta. Bisogna fare attenzione, particolarmente nel settore della cura: abbiamo robot antropomorfi, ma non troppo. Perché non devono confondersi e neppure intercettare troppo l’attenzione della persona che li utilizza. Alcuni sono antropomorfi, come i social robot, ma senza esagerare»

Può servire a esorcizzare la paura che ci ha lasciato certa fantascienza?
«Anche quello sì. Ma lascio la parola al mio collega che ha curato la parte “fantascienza”. Perché questo libro è un lavoro di tutto il team».

Dottor Lorenzo Denicolai, esperto di cinema, media e audiovisivi, giro a lei la domanda allora.
«Essere antropomorfo avvicina molto dal punto di vista empatico, soprattutto con i bambini. Non essere troppo antropomorfo da una parte “alleggerisce” la visione, ma dall’altra aumenta il timore, perché non si sa cosa ci sia dall’altra parte, quell’aspetto non viene “riconosciuto”, manca la somiglianza con l’umano»

Dobbiamo allora immaginare una società sempre più pervasa dai robot, ma vi faccio la domanda più “pop”, per semplificare: non rischiamo di finire come Alberto Sordi nel film “Io e Caterina”?
«In realtà, non come nel film, ma dovremmo finire con l’avere rapporti con questi oggetti così come già li abbiamo con smartphone, computer, bancomat, automatismi che sono parte della quotidianità ma non consideriamo robot. Dovremo avvicinarci ad avere una relazione sempre più intima, nel senso buono del termine. “Io e Caterina” resta sempre una immagine estrema di ciò che non dovrebbe capitare»

Confesso che io lo trovavo persino più estremo i “Io robot” da Asimov, o de “Il mondo dei robot” con Yul Brinner androide assassino.
«Sì, perché era giocato sull’aspetto empatico, sulla quotidianità e sulla cura, fatto salvo poi diventare Sordi stesso il maggiordomo di Caterina».

«Inoltre – riprende il professor Grimaldi – ora si parla molto di intelligenza artificiale. Questi robot ne sono l’espressione più genuina, perché sono l’intelligenza artificiale che si fa corpo. Quando l’abbiamo studiata con Gallino, negli anni ottanta, era un software all’interno di un computer, mentre adesso ha un corpo e c’è la grande interconnessione tra i robot e l’uomo e tra il robot e l’AI».

Quanto è autonoma l’Ai, l’intelligenza artificiale, al momento?
«Il grado di autonomia dell’intelligenza artificiale, ovviamente, dipende dal progettista. L’auto con guida autonoma, per esempio, è un robot con intelligenza artificiale che deve sottostare a una etica. Prendo l’esempio che fa uno dei nostri autori, Bruno Siciliano: mettiamo il caso di una mamma che affiderà i bambini dei sei anni all’auto a guida autonoma; cosa “risponderà” questa auto a questa mamma? Se trova una vecchietta sulla strada, deve investirla pur di non andare nel burrone per evitarla e poter così portare i bambini a casa?»

Nelle sperimentazioni qui a Torino, avevano notato proprio questo inconveniente: l’auto non riconosce le strisce. Sarà per colpa della manutenzione del Comune?
«Questa – di nuovo il dottor Denicolai – è una intelligenza ancora molto infantile, ha bisogno dell’appoggio umano e probabilmente così sarà sempre».

È come un software che si aggiorna per migliorarsi, quindi può imparare, professor Grimaldi?
«Certo, il concetto di intelligenza artificiale sta proprio in questo: è in grado di imparare. Quel cane robot, per esempio, più lo uso più impara. Come il nostro smartphone, con l’uso, riconosce le fotografie che vi archiviamo. Un “sistema esperto” che aiuta un medico, maggiore è la casistica, meglio impara a decifrare e interpretare i sintomi, i dati, per fornire la diagnosi migliore»

Quanto è vicino un futuro di convivenza quotidiana con i robot?
«Faccio sempre questo esempio: ho comprato il mio primo cellulare nel 1994, quando c’era stata l’alluvione ad Asti e per sei mesi di fatto avevo perso anche la casa. Quel Nokia di allora faceva appena le telefonate e durava poco, neppure gli sms aveva. Sono passati meno di trent’anni e siamo passati da quel Nokia lì a questi smartphone che abbiamo in tasca. Ecco, secondo me sarà questo il tempo necessario».

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