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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

I nostri Muri del pianto

Il locale era un cunicolo stretto e buio. Per arrivare al palco dovevi farti largo nel fumo e inseguire le note. Il posto si chiamava Doctor Sax, ci suonava gente come Chet Baker, Enrico Rava, i fratelli Chiara. Maestri eterni del jazz. Il Doctor Sax è stato il primo. Poi, dall’altra parte, è arrivato Giancarlo Cara. “Gianca”. E i Murazzi hanno cominciato ad essere ciò che sarebbero diventati. Uno specchio notturno dell’anima di una città quieta soltanto in superficie. Erano gli Anni ‘80. Torino stava cambiando pelle. E per assistere al mutamento bisognava passare da qui. Dai locali che offrivano ospitalità al peggio e al meglio che si potesse incontrare sotto la Mole. Ai Muri c’erano scrittori e giornalisti studenti, impiegati e artisti. Pusher, avvocati, magistrati e poliziotti. Ovviamente in borghese. Nel pentolone della notte ribollivano idee e nuove sonorità. Subsonica, Africa Unite, Vinicio Capossela e Giovanni Lindo Ferretti sono nati o quantomeno cresciuti professionalmente qui. Ma poi è finito tutto. I lampeggianti blu di un blitz della magistratura che ha acceso un faro su presunti affari loschi e furberie ha spento le luci stroboscopiche. I Murazzi sono morti. E da dieci anni, quindi da due amministrazioni, si susseguono annunci di progetti per la risurrezione. Dalle spiagge agli aperitivi chic. Tutte smentite puntualmente dai fatti. E basta fare due passi la mattina presto per vedere cosa sia diventato questo pezzo di città da cartolina tra piazza Vittorio e il Valentino con vista sulla Gran Madre e sul Monte dei Cappuccini. Una latrina a cielo aperto. Con una vera e propria discarica di rifiuti tra le alghe che impedisce addirittura ai canottieri di vogare. Lo sport simbolo della città, del resto, è un altro. L’unica cosa che non manca, ai Muri del pianto, sono i monopattini.
stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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