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DOPO 44 ANNI

I misteri sul caso Moro: depistaggi, menzogne e la condanna a morte

Il giorno del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, nell’ora dell’eccidio di via Fani, Corrado Guerzoni, che era il suo addetto stampa, telefonò a casa dello statista, ma il presidente della Dc era già uscito. Di quei 55 giorni, di quella lunga agonia dell’ideatore del compromesso storico, Guerzoni non ne ha mai voluto parlare apertamente: «Renderei pubbliche vicende che farebbero soffrire la famiglia. Nella mia vita io non dirò mai nulla che in qualche modo possa dispiacere, direttamente o indirettamente, alla signora Eleonora».

CUSTODE DI SEGRETI
Guerzoni è stato il più fedele collaboratore di Moro, virtù che in una lettera gli fu riconosciuta anche da Giulio Andreotti: «Aldo andrebbe fiero della sua totale devozione…». Oggi sono tutti morti: Moro, Andreotti, Cossiga, Fanfani, Berlinguer, Craxi. Sono stati i protagonisti politici in quei terribili 55 giorni. Non c’è più neppure Corrado Guerzoni, se ne è andato il 1 ottobre 2011 a ottantun anni; da tempo era in pensione. Dopo la morte di Moro, Guerzoni era tornato alla sua professione di giornalista, aveva diretto RadioDue e aveva concluso la sua attività come vice direttore generale Rai. Negli ultimi anni era stato avvicinato con insistenza da giornali, radio e televisioni perché parlasse, accusasse, ricostruisse (lui forse l’unica persona a poterlo fare davvero) i 55 giorni più bui della Repubblica. Una volta aveva accettato (con Lucia Annunziata), ma senza spingersi troppo in là.

I DEPISTAGGI
Aveva manifestato la sua avversione per Francesco Cossiga (ministro dell’Interno durante la fase del rapimento) per come aveva gestito le indagini (influenzato – forse a sua insaputa – da logge segrete e servizi stranieri) e perché aveva pronunciato il no definitivo alla trattativa. Di Corrado Guerzoni restano poche confidenze, pronunciate a bassa voce ad un giovane ed inesperto cronista che, nel 1985, aveva avuto la possibilità di collaborare con lui per alcuni mesi. «Figuriamoci – raccontava – se i brigatisti che conosciamo, quelli che poi sono stati arrestati per il rapimento e l’omicidio del Presidente, fossero in grado di mettere in atto un agguato come quello di via Fani».

IL GRUPPO DI FUOCO
«Lì hanno agito professionisti bene addestrati. Io conoscevo gli uomini della scorta ed erano tutt’altro che sprovveduti. Di fronte a dei dilettanti avrebbero risposto al fuoco e impedito il rapimento. No, non basta essere colti di sorpresa. L’agguato era stato pianificato da veri professionisti e ritengo fossero stranieri». Guerzoni ricordava testimonianze e verbali di quel giorno. «Ad un certo punto – spiegava – , dopo aver rapito il Presidente, i terroristi dovettero fermarsi in via Casale De Bustis (e non in via Massimi come erroneamente sostiene Moretti), all’incrocio con via Gherzi per tagliare con una tronchese la catena che bloccava il passaggio. Una testimone che abitava proprio in via Gherzi, in una palazzina che affaccia dove l’auto si fermò, dichiarò che quelle persone dialogavano in una lingua straniera, forse in tedesco».

TUTTI LIBERI
Una pista che gli investigatori non hanno mai seguito e che forse avrebbe portato ad una verità molto diversa da quella che si conosce oggi. «Non dimentichiamo – concludeva Guerzoni – che la ricostruzione del rapimento del Presidente l’abbiamo appresa solo ed esclusivamente dalle parole degli ex terroristi, oggi pentiti o dissociati e tutti in libertà».

LE NON VERITA’
Nel corso degli anni ci sono stati cinque diversi procedimenti giudiziari con più di una decina di sentenze, una sesta inchiesta avviata (“Il Moro sesties”); i fin troppo particolareggiati racconti dei brigatisti rossi; il lungo lavoro di una commissione parlamentare d’inchiesta; l’impegno di un altro organismo parlamentare (la commissione stragi); almeno una ventina di libri. Eppure l’ombra di Aldo Moro continua a muoversi nelle segrete stanze del potere con il suo fardello di misteri, di punti non chiariti, di dubbi ed interrogativi. Anche se il tempo trascorre e ci allontana sempre più da quei tremendi 55 giorni, il caso Moro continua a rappresentare il nodo dei nodi dei misteri d’Italia.

GLI INTERROGATIVI
Sommersi dallo stillicidio di notizie, spesso contraddittorie, che da quasi un quarto di secolo ci vengono propinate con ossessiva regolarità, è sempre più facile giungere ad una conclusione: sul caso Moro, la volontà di attacco allo Stato di un manipolo di terroristi si è perfettamente intrecciata con la capacità di quello stesso Stato di gestire l’intera, tragica vicenda a proprio vantaggio. A distanza di tanti anni ancora non sappiamo: quanti brigatisti parteciparono all’assalto; se tra loro ci fossero elementi esterni; dove Moro fu custodito; cosa il prigioniero raccontò ai suoi secondini, che fine fece il suo “memoriale”, chi decise di ucciderlo e, soprattutto, perché.

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