I mestieranti

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La società di una volta era ingessata in classi, ligia al potere, religiosa, intrisa d’ideali (l’onore, il decoro, la patria…), preoccupata delle apparenze, rispettosa del formalismo (il “voi” ai genitori…), ma era molto più esigente della nostra nel cercare la sostanza delle cose. Nel lavoro, la selezione era spietata. Bisognava studiare duramente e sottoporsi a lunghi apprendistati prima d’essere considerati bravi in un mestiere, e poter avere accanto alla qualifica professionale il titolo ambìto di “barbìs” (baffo). Non era un riconoscimento accademico, veniva dal giudizio popolare, dal passaparola dei clienti, e riguardava tutti i lavori: “Chiel lì a l’è n’avocat (un panaté, un mecanich) barbìs”. Oggi purtroppo c’è in giro una percentuale sempre crescente di cialtroni, simulatori, mestieranti che non conoscono il mestiere, ma solo la sua scenografia. Avvocati che corrono nel sud per l’esame di Stato, ma appena tornano se la tirano da Grande Stevens. Commercialisti che ti mollano all’ultima impiegata, ma poi sparano parcelle come se si fossero installati di persona nel tuo ufficio per mesi. Meccanici che hanno tute bianche (!) e marchingegni d’ogni sorta per la diagnosi elettronica, ma non sanno più riparare e fanno solo più i cambiapezzi. Persino i bottegai spargono fuffa con certe insegne (boutique del chiodo… gommoteca… nonsolofiori… clinica della racchetta…) Il mestiere non è più visto come sbocco esistenziale atto a conferire prestigio e identità, ma solo come modo per far soldi. Poi però, affamati di quell’identità che i soldi non danno, si passa la vita a “recitare” il proprio mestiere nel tempo libero. E se la gente non ci casca, c’è sempre la chat.

collino@cronacaqui.it

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