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I grandi gialli del Piemonte

26 GIUGNO 1819

Giovanni Battista Mejnardi, in “arte” Battistino, viene condannato a morte per impiccagione. Le prove contro di lui sono schiaccianti. Il Mejnardi, residente a San Giorgio Canavese, nell’estate precedente ha assalito tale Bartolomeo Bernardi, malmenato e depredato. Poi, ha rapinato Pietro Bertero, lavorante stagionale sorpreso dal nostro Mejnardi mentre dormiva nel fienile di una cascina (abitudine comune, specie d’estate, per chi veniva chiamato da fuori ad occuparsi delle messi).

Contro Bertero, Mejnardi ha infierito con diversi colpi di coltello, che gli sono costati cari al momento della cattura: le pene, nel Piemonte Sabaudo, non sono miti per coloro che si macchiano di simili reati. Il suo essere girovago e violento (e il sospetto di altri delitti a suo conto) sono aggravanti che possono trasformare la pena alla galera (remo) per diversi anni alla pena capitale. Come è avvenuto in questo caso: il Senato di Torino ha condannato Giovanni Battista Mejnardi alla pena di morte, ma i giudici di allora erano creativi e, per dare il “buon esempio”, hanno aggiunto lo strazio delle tenaglie infuocate e lo squartamento del cadavere. La pena comminata, nel 1819, era sproporzionata ai fatti compiuti e accertati. Ma tant’era: per Mejnardi non ci fu appello. La sola confraternita della Misericordia fu elemento di sollievo per lo sventurato, che ebbe i conforti religiosi.

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