napoleone bonaparte gn
Amarcord
26 FEBBRAIO 1815

I cento giorni di Napoleone: dal ritorno a Parigi all’esilio

Fino al 18 giugno 1815, la data della battaglia di Waterloo

Il 26 febbraio 1815 Napoleone lasciava l’Elba, diretto in Francia per riprendere il potere. Iniziava l’ultima parentesi della dominazione napoleonica: i famosi cento giorni. Dal 26 febbraio fino al 18 giugno 1815, data della battaglia di Waterloo, l’Europa fu sconvolta da una nuova e terribile guerra: contro la Francia, pressoché tutti gli Stati del continente. Tutti contro uno, perché Napoleone faceva paura ma soprattutto perché delle guerre cosiddette rivoluzionarie l’Europa ne aveva abbastanza. Napoleone aveva insanguinato il continente con una serie di campagne devastanti, che avevano portato la Grande Armée fino a Mosca ma con un costo elevatissimo in termini di vite umane. Ovunque, i francesi erano visti come spietati conquistatori dalla classe meno abbiente, mentre i ricchi e i gli intellettuali “à-la-page” dell’epoca si sperticavano in elogi servili. Un po’ come certo mondo intellettuale di oggi (il principe Pierre Bezukov di Guerra e Pace lo insegna…).

Essere dalla parte dei francesi faceva moda: significava essere amici del popolo, impegnati in una rivoluzione da salotto contro il pregiudizio e la tirannide; tanto, al fronte andavano i poveri cristi senza un domani e senza un avvenire. Napoleone incarnava la rivoluzione dandole ciò che le mancava: il mito del grande eroe al comando. La propaganda faceva il resto e, oggi come ieri, eravate contenti di andare in guerra sfidando le baionette del nemico perché Napoleone era con voi; era una specie di sindrome di Stoccolma. Quando il “piccolo generale” tornò dall’Elba, il suo mito lo aveva ormai preceduto e Luigi XVIII aveva già abbandonato Parigi. Eppure, questa volta il destino era segnato e il futuro della Francia si sarebbe giocato nel pianoro fangoso di Waterloo, in Belgio. Dove si comprese che le dittature hanno una data di scadenza e che la propaganda non può nascondere a lungo la verità. E la verità era questa: che dopo vent’anni di guerre in nome della liberté, la Francia era a pezzi e in fatto di libertà stava peggio di prima. I soldi non c’erano più e i soldati erano in fondo ragazzini incapaci di prendere in mano un fucile. Gli altri avevano perso la strada e la vita nella disastrosa ritirata di Russia, o erano stati sgozzati dai partigiani spagnoli. Gratta gratta, dietro la finzione la verità emerge sempre: per uscire dalla Matrix napoleonica bastarono cento giorni. Dall’esperienza di questi famosi Cento Giorni di Napoleone abbiamo ereditato soltanto le stragi e le carneficine? No. In età più recente, il termine è entrato nel linguaggio giornalistico come “saggio” di una nuova esperienza di governo. I primi cento giorni del governo tale o talaltro sono considerati indicativi del futuro del governo stesso. Come se si potesse leggere il futuro “interpretando” i primi cento giorni di qualcosa. È una sciocchezza, ma una sciocchezza che fa titolo. E, va detto, il fatto che i cento giorni non siano un buon auspicio (almeno, non lo furono per Napoleone) non viene colto da nessuno. E forse è meglio così.

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