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Cronaca
Mentre i centri massaggi cinesi chiudono

I bordelli sono tornati: in collina e in Crocetta le alcove extra lusso

Clientela selezionatissima, parole d’ordine e pagamenti PayPal. Presto la nuova legge che cancellerà la Merlin con un colpo di spugna

I bordelli, quelli di un tempo, prima che venisse varata la legge Merlin, sono tornati. A Torino ce ne sono almeno tre, nati durante le notti di coprifuoco del Covid. «Tutto è cominciato con la chiusura dei locali – spiga Paolo Festa, uno degli organizzatori delle notti torinesi -. Qualcuno ha messo a disposizione la villa in collina, piuttosto che l’appartamento alla Crocetta dove, per entrare era necessaria non solo la prenotazione, ma anche una parola d’ordine che veniva inviata via WhatsApp a clientela selezionata. Insomma, qualcosa di segreto e carbonaro». Dunque, la Torino di notte ha continuato a vivere anche durante i periodi bui del lockdown. «E dalla festa clandestina, all’organizzare piacevoli serate con signorine compiacenti, il passo è stato breve», è la considerazione finale di Festa. Non è una questione di numeri, almeno per ora, tant’è che il fenomeno ancora non rappresenta una criticità per la Sezione fasce deboli della questura. I bordelli sono tre, finemente arredati, con un ampio foyer all’ingresso, lo scalone di marmo, le alcove al piano superiore che profumano di cipria, arredate con le gozzaniane «buone cose di pessimo gusto». Alla cassa della maîtresse, manca il tariffario, perché i clienti quando arrivano nell’ampio appartamento al Fante, o nel residence in via Villa della Regina o nella casetta a due piani a Borgo Po, hanno già onorato il loro debito avendo pagato in anticipo con PayPal. Per il resto, «seppur il numero di prostitute non sembra diminuito in città, sono sempre un migliaio circa», confermano dall’associazione “Liberate Elena” che si occupa della “redenzione” delle giovani lucciole, il fenomeno della prostituzione esercitato in luoghi comuni e fissi, sembra essere pressoché finito. Basti pensare che, secondo i dati della Camera di Commercio, i centri di massaggi (quelli cinesi sono i più conosciuti), hanno chiuso uno dopo l’altro, una trentina solo a Torino, nell’arco di neppure due anni; e dire che sembravano essere attività particolarmente floride. Marginale resta la prostituzione esercitata in strada, gestita da gruppi criminali albanesi e nigeriani, ma che tende a spostarsi anch’essa nell’ambito delle attività di discoteche e locali notturni, in maniera pericolosamente contigua allo spaccio di droga. Un discorso a parte meritano i locali di scambisti, che in città sono quattro e i cui titolari si accusano reciprocamente d’essere dei papponi: polemiche di pura “concorrenza commerciale” che lasciano il tempo che trovano, anche perché, nei controlli effettuati di recente dalla polizia Amministrativa della questura, tranne che in un caso, sono state riscontrate esclusivamente irregolarità di carattere igienico e amministrativo e «lo scambismo appare essere un mondo a parte, molto lontano dalla prostituzione». Dunque, la maggioranza del migliaio di lucciole torinesi (il numero delle italiane appare in forte crescita, ma sono molte anche le nigeriane, le romene e le albanesi), che esercitano in città, lo fanno attraverso annunci sul web, ricevendo a casa propria o in garconniere prese in affitto. Il fenomeno, comunque, continua ad essere selvaggiamente libero, ma c’è una proposta di legge (prima firmataria Alessandra Maiorino di M5s) presentata nell’attuale legislatura e che potrebbe essere approvata nella prossima, che ha l’obiettivo di regolarizzare il fenomeno, sul modello svedese e in forma cooperativa, consentendo la prostituzione al chiuso, in quartieri a luci rosse. Lucciole con regolare contratto di lavoro e marchette pagate, ma quelle allo Stato. Insomma, i bordelli se non sono ancora tornati, spunteranno presto come funghi.

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