giampaolo manca
Cronaca
L’INTERVISTA: GIAMPAOLO MANCA

«Ho ucciso e rapinato con la banda del Brenta: ora vivo con i rimorsi»

Rapine, omicidi, soldi a palate. Ma anche 36 anni di galera. Giampaolo Manca, detto il “Doge”, 67 anni, è stato un membro di spicco della Mala del Brenta, gruppo criminale che terrorizzava il nord-est dell’Italia. Ora scrive libri, e oggi sarà a Torino a presentarli.

Perché la chiamano “Doge”?
Rubai dei quadri del Bellini dalla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, a Venezia, dove sono seppelliti i dogi. Lì nacque il soprannome.

Le dà fastidio quel nomignolo?
Oggi sì, perché mi ricorda la malavita. All’epoca no, ero giovane e ne andavo fiero.

La sua infanzia?
Eravamo una famiglia agiata, avevamo due alberghi a Venezia. Ma mio padre era violento, picchiava me, mio fratello e mia madre. Scappavo di casa per evitare le botte. Da lì iniziai a delinquere.

Si ricorda il primo reato?
Un furto, avevo 11 anni. Credo di aver rubato una barca.

Ha rubato anche quella di Aristotele Onassis, vero?
Sì, era il ‘67 o forse il ‘68. Ma non rubai lo yacht, era troppo lungo. Prendemmo una barca più piccola, e poi la lasciammo alla deriva.

Come iniziò la sua storia criminale?
Quando ho incontrato Silvano Maestrello, detto “Kociss”. Era più grande di me. Da quel momento divenni un criminale di professione.

La malavita la affascinava?
No, eravamo noi ad essere affascinanti agli occhi degli altri. Sono entrato nella Mala del Brenta perché nel carcere di Treviso, a 16 anni, avevo conosciuto tanti detenuti minorenni che poi ne avrebbero fatto parte in seguito.

Il colpo più eclatante?
Forse quello al caveau dell’Hotel Excelsior, durante la Mostra del Cinema dell’87. Eravamo in dieci, sapevamo che i vip mettevano i soldi nelle cassette. Svuotammo pure quella di Robert De Niro. Sei, forse 7 miliardi di lire tra soldi e gioielli, sembrava il tesoro di Alì Babà.

Davvero guadagnava un miliardo al mese?
Quando entrammo nel giro della droga, sì. Importavamo da Sud America e Turchia. Rifornivamo cantanti e star della Tv. E poi gestivamo il casinò di Venezia. Quando i giocatori non ricevevano più prestiti dopo aver già chiesto molti soldi, venivano mandati giù da noi, eravamo l’ufficio nascosto. Prestavamo anche 500 milioni, e prendevamo il 10 per cento.

Come spendeva tutti quei soldi?
Macchine, barche, vestiti. Avrò avuto 50 Rolex. Comprai una casa da 9 milioni a Venezia, di 140 metri quadri. Allora erano tanti soldi.

Hanno scritto che lei godeva a sparare ai poliziotti. E’ vero?
Falso. Parliamo di vite umane. I poliziotti mi sparavano e io dovevo rispondere. Ma era per difesa, faceva parte del mestiere. Non ho mai goduto nel togliere una vita.

Cosa pensa di Felice Maniero, che si è pentito e ha parlato? E’ un traditore?
Sì, è stato un traditore. Noi ci proteggevamo a vicenda, nella banda ognuno poteva contare sull’altra persona. Ma non si deve mai tradire.

E’ vero che Maniero era il boss?
Per niente. Maniero era uno dei nostri complici, ma non il capo. Anzi, per me è stato un bluff, e lo è tuttora. Poi certo era audace, scaltro, e aveva una buona parlantina.

Ed è vero che dopo l’omicidio dei fratelli Rizzi festeggiò con Maniero mangiando pesce?
Non abbiamo festeggiato, ci siamo incontrati e abbiamo solo cenato. Se toglievo la vita a una persona, non festeggiavo. Ci incontrammo per mettere a fuoco la situazione dopo l’omicidio.

Lei ha passato 36 anni in carcere. Chi ha incontrato?
Tutti, da Mesina a Vallanzasca, anche il figlio di Riina.

Il momento più duro in galera?
Quando mia moglie venne al colloquio e mi rivelò che mio papà e mio fratello si erano ammalati di cancro.

A 20 anni ha avuto un figlio, che padre è stato?
Amorevole, ma assente. Il padre lo faccio adesso e faccio pure il nonno perché ho un nipote di un anno.

Un nipote che un giorno leggerà su internet chi era suo nonno. Glielo dirà prima?
Sarà durissima, ma in qualche modo dovrò dirglielo.

Perché scrive libri?
Ho bisogno di raccontare. In prigione i ragazzi mi vedevano come un idolo. Non lo sono. E non sono neanche uno scrittore, ho la quinta elementare. Ne ho scritti tre, ma ne farò altri cinque.

Faranno un film e una serie Netflix su di lei. Non si rischia di esaltare il crimine?
Non sono degli inni al male, altrimenti avrei detto no. Io non sono Saviano che con “Gomorra” dà ai ragazzi l’abc per diventare camorrista.

E la nuova Mala del Brenta che stiamo leggendo sui giornali?
Leggo il mio nome, ne sono uscito, ma la Mala fa sempre notizia. Qualcuno vuole rivivere i vecchi fasti. Ma quando leggo di rapine da 6mila euro, mi viene da ridere.

Crede in Dio?
Certo, altrimenti non potrei vivere. Dio non tradisce mai.

Pensa di finire all’inferno?
Bella domanda. Magari un periodo di prova. Poi forse se mi comporterò bene San Pietro mi farà salire. Lì avrò il processo dei processi.

Qual è il suo più grande rimorso?
Rimorsi ne ho tanti, ma forse il più grande è stato trafficare droga. Abbiamo approfittato dei giovani più deboli. Non me lo perdonerò mai.

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