Pedofilo
Cronaca
IL CASO

«Ha violentato quattro bimbe dal 2008». La prescrizione salva il pedofilo seriale

Condannato per i fatti più recenti, ma prosciolto per gli abusi raccontati “troppo tardi” dalle nipoti

La giustizia è una bilancia. Ma può essere anche una clessidra. Che, per una donna che denunciò di essere stata violentata quando era ancora bambina, ha fatto scivolare anche il suo ultimo granello di sabbia. Tutto prescritto, ha detto il tribunale. I fatti orribili che ha trovato la forza di denunciare sono troppo risalenti nel tempo e, come prescrive la legge, l’imputato va prosciolto. La sentenza è stata pronunciata venerdì mattina a Torino.

L’uomo sotto accusa, difeso dall’avvocato Carlo Alberto La Neve, era lo zio della presunta parte offesa e, nello stesso processo, è stato condannato a quattro anni per gli abusi che avrebbe compiuto su altre due minorenni. Un’altra nipote. E una vicina di casa che, come le prime due, si era rivolta alla polizia per denunciarlo dopo aver saputo del suo arresto per un quarto caso di pedofilia.

A scoperchiare il vaso di pandora nel 2018, facendone uscire racconti inquietanti, era stata una mamma preoccupata dal silenzio e dallo sguardo sconvolto di una bambina di sei anni che da un giorno all’altro aveva smesso di ridere. Era angosciata, la piccina, non voleva più uscire dalla cameretta. Come se fosse persa e riuscisse a trovare conforto soltanto nelle sue bambole. Ma la mamma le è stata vicina, con delicatezza ha atteso che il cuore si aprisse. E quando è successo ha sentito tremare le gambe.

Perché ciò che uscito come un fiume in piena tra singhiozzi e lacrime è il racconto di una bambina abusata dal vicino di casa. Il classico insospettabile che avrebbe conquistato la sua fiducia regalandole un puzzle, poi l’avrebbe invitata a seguirlo in cantina con una scusa e qui si sarebbe calato i pantaloni. «Questo è il nostro segreto», le avrebbe detto esortandola a non rivelarlo. E c’è voluto l’amore di una mamma e di un papà a infrangere il muro del silenzio.

Era un giorno di caldo torrido di tre anni fa, i genitori hanno chiamato la polizia, gli uomini delle Volanti si sono precipitati nel condominio di Torino nord in cui sono avvenute le violenze, il vicino di casa è finito in carcere. «I pantaloni mi sono caduti», ha provato a difendersi, giurando di non aver fatto del male alla bambina. Ma poi, durante il processo, ha confessato. E in appello ha ottenuto uno sconto: da cinque a quattro anni di reclusione, che ha quasi finito di scontare.

La notizia dell’arresto, però, ha fatto rumore. Sconvolgendo un intero quartiere, e facendo riaffiorare terribili ricordi. Sulla scrivania della pm Barbara Badellino, titolare dell’inchiesta sugli abusi in cantina, sono arrivate altre tre denunce. Una, firmata da una ragazzina che abitava nella stessa zona e affermava di aver subito analoghe attenzioni. Altre due, dalle nipoti del presunto pedofilo seriale, ormai divenute donne, che hanno indicato nello zio l’uomo che avrebbe violato la loro innocenza molti anni fa.

È per questi tre casi, tutti riuniti in un unico procedimento, che la Procura ha chiesto di condannarlo a 11 anni. E il tribunale l’ha ritenuto colpevole per i fatti raccontati dalla prima vittima, presunta come le altre, visto che in questo caso lui non ha confessato. Condannato anche per parte degli episodi esposti da una delle nipoti, ma prosciolto – come richiesto dall’avvocato La Neve – per prescrizione per tutti gli altri.

Perché è vero che gli incubi rimossi di una bambina abusata possono riemergere a molti anni di distanza. Ma la legge fissa dei paletti. E per fatti come quelli narrati, che sarebbero stati compiuti nel 2008, la soglia è quella scritta nelle leggi in vigore ai tempi, che fissavano in dieci anni il limite oltre il quale la giustizia non può arrivare.

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