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Buonanotte

Grigioverdi e costumé

Pare che la parola ormai desueta “capilèr” derivi da capelvenere, un’erba dalle foglioline verde tenero che cresce lungo i ruscelli, usata come tisana miracolosa per molti disturbi, dalla tosse alla calvizie. Quand’ero gagno il capilèr era una bevanda fatta con acqua bollente e l’aggiunta di liquore (rhum, fernet…). Era quello che in altre parti d’Italia si chiamava grog o punch. E se era fatta solo con acqua bollente, zucchero e una scorzetta di limone si chiamava “canarin”.

Ah, quegli antichi ordini al bar! Il caffé era un caffé, e bon. Non come oggi un caffé d’orzo macchiato caldo senza schiuma in tazza calda di vetro. E non era neanche la cosa che costava meno. L’acqua era gratis, perché era di rubinetto (quella minerale era una roba da malati biliari, e il seltz ce l’avevano solo i bar di lusso), ma il re del bancone era il vino: “ch’am daga ‘n bicer (o ‘n tubo) ëd ross”.

Il caffé, più caro del vino, poteva essere corretto (“rangià”) a la branda, a la rissola (Vecchia Romagna), a l’ànis. Se lo volevi corretto al vino, dovevi chiedere un “preparato”. La birra (Metzger, Bosio&Caratsch, Boringhieri) mescolata alla gazzosa (gaseus) si chiamava “biciclëtta”. La grappa alla menta “grigioverde”. Ma c’è ancora una parola magica il cui significato mi è ignoto, e mi piacerebbe che qualche vecchio barista sapesse dirmelo.

Avete presente la canzone di Gipo “Matilde Pellissero detta Tilde”? A un certo punto fa: “Ricorderò per sempre il nostro incontro al club denominato menopausa, un valzer con saltino renversé, due grappe, un grigioverde e un costumé”. Ecco: cos’era il costumé? Vorrei tanto che fosse ancora vivo Gipo per chiederglielo. Mi manca. Dopotutto avrebbe solo 88 anni.

collino@cronacaqui.it

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