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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Gli italiani e la guerra

A quasi 90 giorni dall’inizio di questa guerra che si trascina tra stragi di civili e orrori, è sempre più difficile intravvedere una via d’uscita che da un lato garantisca il futuro di un paese invaso e dall’altro restituisca a tutti noi la serenità che ritenevamo di aver trovato dopo due anni di pandemia. Così alle testimonianze di solidarietà, agli aiuti anche generosi della gente verso i profughi e chi è rimasto imprigionato sotto le bombe, ora si aggiunge – o almeno si percepisce – la preoccupazione che certe minacce, a cominciare da una possibile guerra di sterminio con armi nucleari, per scendere al blocco delle forniture non solo di gas e petrolio ma anche di generi alimentari indispensabili alla sopravvivenza, possano trascinare anche noi in un baratro. In realtà, anche se non ce ne siamo ancora accorti, siamo già sotto attacco. Minacce, come per l’Eurovision da parte di hacker russi, poi finite in nulla grazie a un blitz informatico della polizia che tuttavia solo ieri è stata colpita a sua volta, dai pirati che avevano già oscurato i siti del Senato, dell’istituto superiore di Sanità e del ministero della Difesa. Minacce quotidiane che – nel pomeriggio – hanno accomunato undici nazioni a partire dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna per arrivare all’Italia e poi a Lettonia, Romania, Lituania, Estonia, Polonia e, ovviamente l’Ucraina. Lo ha riferito il sito di notizie indipendenti bielorusse Nextatv. Un attacco, pare di capire, verso istituzioni, banche, grandi imprese e strutture sanitarie. L’altra guerra, quella oscura che tuttavia può provocare danni sensibili soprattutto alla popolazione, quando nel mirino ci sono anche gli ospedali. La guerra che oggi, insieme ai contraccolpi delle sanzioni adottate contro Putin, fa più paura e ispira sentimenti quantomeno di prudenza, senza nulla togliere alla solidarietà verso il Paese invaso e alla condanna ferma per i crimini commessi contro i civili inermi. E lo conferma anche un sondaggio di Ispi (Istituto per la politica internazionale) realizzato da Ipsos che ha cercato di tastare il polso del paese reale. E dalle risposte degli italiani, il timore esiste. E riguarda in particolare proprio gli effetti possibili di una guerra nucleare, minaccia realistica per il 70,8 per cento degli intervistati. Sulla temuta crisi energetica l’86,6 per cento si dice disposto a ridurre i consumi personali e famigliari, il 51,3 per cento accetterebbe che l’Italia tornasse e a investire nel nucleare, mentre il 58,5 per cento sarebbe favorevole all’utilizzo del carbone. Anche per quanto riguarda le sanzioni a prevalere è la paura, visto che per il 37 per cento degli italiani fanno male alla nostra economia e non contribuiscono a fermare il conflitto. Ma è sull’invio delle armi in Ucraina che l’opinione pubblica si spacca tra favorevoli e contrari. A dire sì è il 28,6 per cento, a cui va aggiunto un 9,1 per cento di persone che ritengono se ne debbano inviare di sempre più potenti, mentre i no sono al 38,6, e i “non so” si attestano al 23,7. Per quanto riguarda l’intervento della Nato in difesa della popolazione ucraina soltanto il 19,8 per cento si esprime a favore, mentre sei italiani su dieci sostengono che l’Alleanza Atlantica “non dovrebbe intervenire in nessun caso”. Uno scenario che forse non si percepisce dai talk show, ma è ben chiaro ad una parte della politica che si è sganciata apertamente da alcune decisioni del governo. E probabilmente dallo stesso Mario Draghi, che forse non a caso è volato da Biden per mettere in chiaro la posizione di un’Europa sempre meno disponibile ad accondiscendere alle decisioni degli Stati Uniti senza poterne valutare a fondo gli effetti. L’unica via d’uscita forse è proprio questa: un’Europa più forte nei fatti, capace di trattare autonomamente con Putin, ma anche con Zelensky.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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