AbdulahiMohamed
Il Borghese

Gli affari sporchi dello scafista al Moi

All’ex Moi, o per meglio dire nelle palazzine olimpiche occupate da una marea di richiedenti asilo, clandestini, spacciatori o peggio ancora, non è cambiato nulla. Sgombrate le cantine dove si facevano affari di ogni genere, il progetto che avrebbe dovuto condurci a una graduale evacuazione, con relativo recupero delle strutture, si è fermato.

E il perché è semplice: l’ufficio dei mediatori è stato devastato (e non una sola volta), le carte scomparse tra i mobili distrutti e la politica ha scelto la strada che conosce meglio: l’inerzia. Tutto come prima, con una piccola eccezione rappresentata dall’arresto dei tre caporioni della rivolta, un tizio del Ciad e due che si dichiarano provenienti dal Niger.

In realtà i tre altro non erano che i gestori di un bar, di un market e dei magazzini di merce di dubbia provenienza. Insomma tre imprenditori in nero (scusate il termine) che con lo sgombero si sarebbero ritrovati senza clienti. Di qui la dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno che ormai tolleriamo di tutto. Dallo spaccio al commercio illegale, passando per il furto e la ricettazione.

Come se quelle palazzine fossero un’enclave dentro la città dove allo scafista di turno viene persino offerto da subito il ruolo di capo popolo. L’inchiesta della Digos dovrebbe farci capire che l’unica cosa da fare sarebbe quella di sgombrare e subito questa gentaglia, impedendo poi successive occupazioni. Ma nessuno dà l’ordine, mentre – a parole s’intende – ci si sgola a parlare di sicurezza. Soprattutto in campagna elettorale.

fossati@cronacaqui.it

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