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VIA SALUZZO

Giuseppe, 50 anni da coiffeur: «Tagliato i capelli a 80 nazioni»

Da Canosa di Puglia a Torino: «Sono diventato il parrucchiere di tutti»

Cinquant’anni a fare barba e capelli al mondo. In senso letterale. Sì perché nel negozio di Giuseppe Di Chio, in via Saluzzo a San Salvario, il mondo è passato per davvero. Per la precisione 80 nazioni diverse, tanti sono i pallini segnati sul planisfero nel salone. E ora che la sua attività ha festeggiato le nozze d’oro, Giuseppe mostra la mappa con orgoglio: «non mi manca molto per finire il globo». Quasi normale, verrebbe da dire, se da una vita lavori a San Salvario, vero mix di popoli, usi e costumi.

A Torino Giuseppe, che oggi ha 68 anni, è arrivato all’inizio del 1971, quando era maggiorenne. Il mestiere del barbiere lo aveva appreso nella sua Canosa di Puglia, che è anche il paese di Lino Banfi. «Abitava vicino a casa mia. All’epoca faceva il cantante ai matrimoni». In Puglia Giuseppe ha conosciuto la sua prima vera passione, la musica. «Suonavo sax e clarinetto in una banda, facevamo anche le tournée in tutto il Sud e stavamo via per sei mesi all’anno».

Poi, la svolta. Due suoi amici che erano con lui nella banda si sono trasferiti sotto la Mole per andare a studiare al Politecnico. Giuseppe li ha seguiti e, dopo una sola settimana a Torino, ha trovato lavoro in via Saluzzo come barbiere. Prima come apprendista, poi con un collega e quindi come titolare unico. E da lì non si è mai mosso, perché San Salvario è diventata casa sua. Ma al suo arrivo, cinquant’anni anni fa, era davvero un’altra epoca, in un borgo molto diverso da quello di oggi.

Gli immigrati, infatti, erano proprio quelli come lui, che arrivavano dal Mezzogiorno d’Italia per cercare un lavoro. «In via Nizza e in via Berthollet – spiega il barbiere – c’erano solo negozi italiani». Oggi non è più così, perché molte attività nostrane non ci sono più e al loro posto hanno aperto negozi gestiti da stranieri. E ogni tanto, il quartiere sale alla ribalta per episodi di criminalità. «Una volta non c’era la droga, gli spacciatori agli angoli non esistevano». Ma San Salvario è anche stata capace di accogliere nel modo giusto gli stranieri. E molti di loro, i capelli se li tagliano dal signor Di Chio.

Come testimoniato, appunto, dal planisfero in negozio – un’idea della moglie – con 80 pallini per altrettante nazioni del mondo. India, Pakistan, Perù, ma pure Uganda, Vietnam e Azerbaigian. Forbice e pettine di Giuseppe, per cinquant’anni, hanno fatto davvero il giro del pianeta. «Quando arriva un cliente straniero, gli chiedo da dove viene. E poi disegno il pallino sulla nazione corrispondente». E adesso che c’è il Covid? «Qualche cliente l’ho perso, specie tanti universitari fuori sede che venivano qui e ora sono tornati a casa. Chiudere? Vedremo, per adesso tiro avanti. Questo lavoro è la mia vita».

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