L'ingresso del feretro in chiesa
Il Borghese

Giovanni Di Settimo

Giovanni Di Settimo. Lo hanno chiamato così i medici e gli infermieri che hanno cercato disperatamente di salvargli la vita dopo che la madre lo ha gettato come un panno sporco dal balcone di casa. Subito dopo averlo partorito. Lui che non ha trovato mai, nelle poche ore di vita, la tenerezza di una carezza o la stretta al petto di chi l’ha portato in grembo per nove mesi.

Ora è lì, dentro una bara bianca piccola come una culla, dentro un loculo nella parte più alta del campo dedicato agli infanti. Nessuno lo ha riconosciuto: né la madre assassina, né il compagno di lei che pure non può non aver visto crescere il ventre della donna con cui condivideva il letto e la casa. Un bimbo rifiutato, forse dallo stesso momento in cui è stato concepito. Di sicuro negato quando qualcuno chiedeva notizie sulla gravidanza evidente a tutti. Lui che era lì, ormai morente sull’asfalto davanti a casa mentre la madre e il compagno erano al balcone, come fossero solo degli astanti.

Lui che non ha trovato amore se non dagli estranei che ancora non capiscono come si possa provare tanta rabbia verso un piccino innocente. C’era un anziano ieri mattina che pregava guardando quel piccolo loculo dove Giovanni ha trovato la dignità di un nome e di un cognome. E c’erano mille persone a salutarlo in chiesa dove mancavano solo i parenti. Una vita cancellata che chiede giustizia e non solo una colpevole dichiarata.

fossati@cronacaqui.it

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