piero angela
Cronaca
PIERO ANGELA

«Giovani, rischiate di più. Io a 92 anni sto per fare il mio primo disco Jazz»

«Mi ricordo che a Torino c’era un locale dietro via Cernaia, con fuori la targa “Cucina Malati e Poveri”. Strano, no? Era una specie di patronato, ma al primo piano avevano un pianoforte e la sera organizzavano delle serate dove ho incontrato musicisti incredibili». Non aveva ancora 18 anni, Piero Angela, il padre della divulgazione scientifica nazionale, quando frequentava i jazz club della nostra città. Oggi di anni ne ha 92, a dicembre 93, ma l’amore per la musica non è cambiato. Anzi, lo porterà a incidere il suo primo disco di pianoforte insieme all’amico Dino Piana. «Ho ancora dentro di me tutta la gioventù – spiega -. Il cervello funziona. Scrivo, leggo, studio…». E con grande generosità si racconta: dalla prima puntata di Quark, in onda dopo Dallas, alla medaglia al valore per la cultura ricevuta dal presidente Sergio Mattarella, partendo dagli albori della sua carriera giornalistica proprio qui a Torino, che ora guarda con dolce distanza. «È una città stupenda, ma si è un po’ seduta negli ultimi anni».

Professor Angela, lei è considerato il padre della divulgazione scientifica. Cosa ne pensa dei virologi che oggi parlano di scienza in tv?
I virologi e infettivologi invitati nei talk show parlano di cose non provate. Esprimono dei pareri e ognuno può avere il suo. È anche un bene per la ricerca che ce ne siano di diversi e se qualcuno poi ci azzecca magari gli danno pure il premio Nobel.

Ma non si rischia di spaventare la gente con questo bombardamento di pareri diversi?
Qui anche i giornalisti hanno un ruolo. È un mestiere che ho fatto e so come funziona “la cucina”. Ho inaugurato tre telegiornali. La televisione, come i giornali, si fanno per avere ascolti, vendere copie o svettare nella classifica degli algoritmi del web. Ricordo un episodio, facevo il giornalista radiofonico e il caporedattore chiamava da Roma tutte le mattine alle 11. Noi da Venezia, Milano, Torino e Genova gli proponevamo le notizie e un giorno un mio collega di Genova risposte: “Avremmo un varo” e il capo gli disse una frase che mi rimase impressa: “Sandro, te l’ho già detto, il varo interessa solo se va a male”.

Lei come ha vissuto la pandemia, con questa comunicazione?
Io capisco il disorientamento del pubblico, ma non lo condivido. I virologi chiamati a intervenire nel dibattito sono sicuramente competenti, ma hanno idee diverse. Anche sul “liberi tutti” che stiamo vivendo non sono tutti d’accordo.

Lei che cosa ne pensa
È evidente che gli scienziati siano persone, non macchine e ognuno abbia la sua idea. A un certo punto non sono nemmeno più scienziati, sono persone che, in base alle loro idee, teorie e sensibilità, esprimono la propria opinione. Il problema vero è che troppo spesso si chiede alla scienza cose a cui non è possibile dare risposta.

È vero che durante la pandemia ha inciso un disco di pianoforte?
No. Ma lei si immagina, avrei fatto come Nerone, che mentre Roma moriva lui suonava la lira. È una sciocchezza

Però è noto che sia un grande appassionato di musica jazz. Ha iniziato suonando nei club di Torino?
Questo sì, ho iniziato suonando musica classica e poi ho incontrato da giovanissimo, nel dopoguerra, il jazz. Torino era molto ricca in termini di amatori e musicisti. Alcuni dei migliori musicisti italiani di jazz erano torinesi.

Quali ricorda con più affetto?
Mi piaceva moltissimo un complesso nato a Torino, che poi ha girato il mondo ed è stato il migliore italiano. Il quintetto composto dal sassofonista Gianni Basso, Oscar Valdambrini, trombettista e Dino Piana trombone. Con Piana ci sentiamo ancora, ha più di 90 anni anche lui e abbiamo deciso di fare insieme un disco. Lo potremmo chiamare “I due novantenni”.

Si è pentito di non aver seguito la passione per la musica?
No, io sono sempre stato un amatore. Non ho mai pensato di poter fare il professionista. Non si poteva vivere di musica all’epoca, non c’era un pubblico pagante.

Il pubblico televisivo invece l’ha sempre amata moltissimo. Cosa ricorda della prima puntata di Quark?
Una scenografia molto spartana. Mi ricordo che durante il primo documentario che feci nel 1964 in tv, su Mata Hari, avevo solo una tenda grigia per scenografia.

Immaginava un successo del genere a distanza di quarant’anni?
La prima puntata abbiamo fatto nove milioni di spettatori. Era il marzo del 1981 e siamo andati in onda in seconda serata, alle 21.30. Prima c’era il Tg1, che finiva alle 20.30. Poi per dieci minuti c’era il mitico Carosello e la gente si divertiva a guardare gli spot della pubblicità e lo spettacolo. Alle 21.40 iniziava Dallas. Solo dopo c’eravamo noi, con 55 minuti di puntata. Poi c’era la terza serata.

Perché si chiamava Quark?
Inizialmente, in via provvisoria, lo avevamo chiamato Diogene. Poi per il titolo vero tirammo fuori Quark, che nasce dal romanzo di un fisico che creò questa parolina inesistente, che indica le particelle all’interno del nucleo dell’atomo. All’epoca erano solo teorie. Era un titolo curioso e poi passava l’idea di “andare dentro le cose”.

Oggi ci sono programmi che vanno ancora “dentro le cose”? Lei, ad esempio, che cosa guarda in tv?
Io vado a letto presto. E i programmi che guardo vanno in onda tardi… Le emittenti non rischiano gli ascolti.

Ma almeno i programmi di suo figlio Alberto li guarda?
Quelli per forza.

C’è un erede di Piero Angela per la divulgazione scientifica? Magari sui social, un “influencer della scienza”…
Non lo so. Noi ora facciamo Super Quark+, che va in onda già da un paio d’anni e abbiamo già registrato 20 puntate monotematiche. Stiamo preparando la terza serie e abbiamo trovato cinque giovani divulgatori. Ma gli ascolti non sono entusiasmanti.

Di recente ha ricevuto la medaglia d’oro per la cultura dal presidente Sergio Mattarella. Come si è sentito?
Mi ha fatto piacere perché io mi considero un servitore dello Stato. Questo Mattarella lo sa. Il mio referente politico non è il capo di un partito, è il capo della Repubblica.

Le hanno mai chiesto di fare politica? Magari a Torino…
Sì, me lo hanno chiesto, ma non a Torino. Sono andato via all’età di 27 anni, ero troppo giovane. Dopo 13 anni all’estero mi sono stabilito a Roma, dove vivo da più di 50 anni.

E come trova la città della Mole oggi?
La trovo bella, elegante e spaziosa. Vengo spesso per fare delle collaborazioni con il Politecnico. Purtroppo mi sembra un po’ seduta. C’è poca iniziativa.

Come mai, secondo lei?
Non so cosa sia successo. Forse la Fiat ha monopolizzato tutto troppo e quando ha mollato gli ormeggi non c’è stata la diversificazione che hanno avuto altre città, come Milano ad esempio. È un po’ anche nel carattere dei torinesi restare sempre un passo indietro. Mai esporsi, mai vantarsi, mai esibire. È più elegante, certo, ma è svantaggioso in alcuni casi. Questa è una società in cui conta più il fumo che l’arrosto. Bisogna sapersi vendere.

In cosa dovrebbero esporsi e appassionarsi i giovani oggi?
Direi di lanciarsi in idee. Non c’è spirito imprenditoriale e nessuno vuole rischiare. Si cerca la calma e la conservazione. Ma se non si innova, si muore. Si può fabbricare bellissime carrozze, ma quanto poi arriva l’automobile, le carrozze non servono più.

Lei è tra i fondatori dei Cicap. Crede che ci sia qualcosa che va oltre l’esperibile?
Io posso credere o non credere, ma le cose vanno dimostrare. Se lei mi fa vedere uno spillo che si muove di un millimetro con la mente, io mi converto.

È sposato?
Sono felicemente sposato da 67 anni, mi sembra. E ho cinque nipoti. Tutti nel mondo della scienza.

Lei in cosa è laureato?
In niente. Dovevo diventare ingegnere e ho studiato ingegneria qui a Torino, ma avevo due interessi molto più forti in quel periodo: la musica e la radio. Ho iniziato casualmente a lavorare facendo un programma musicale per un amico, Gigi Marsico, che lavorava alla radio di Torino. È stato il mio mentore. È stato lui a spingermi a fare questo lavoro, che io non volevo nemmeno fare.

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

News
Vinci TorinoCronaca 2023
Precedente
Successivo
Precedente
Successivo