Il giovane architetto Richard Nolan Gonsalves
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Il caso nell’estate del 1999 a Camino al Tagliamento

Giovane architetto ucciso col topicida versato nella birra

Richard Nolan Gonsalves spirò nell’ospedale di Udine dopo tre giorni di agonia, avvelenato dal tallio

Una birra bionda, un veleno letale, ma soprattutto un omicidio: quello d’un architetto statunitense in vacanza in Friuli con la moglie italiana e la suocera. Avvelenato dal topicida versato nella bevanda. I contorni del giallo c’erano tutti nell’estate del 1999 a Camino al Tagliamento. Richard Nolan Gonsalves moriva all’ospedale di Udine dopo tre giorni di agonia.

Aveva 33 anni. Si era mosso persino Ted Kennedy, sollecitando indagini, nuovi accertamenti, riuscendo a coinvolgere anche l’Fbi. Ma nulla. Chi ha messo quel veleno per topi nella birra dell’architetto resta impunito. E a nulla sono valse tutte le indagini per individuare un responsabile di quella morte. È il pomeriggio del 7 luglio. La suocera di Richard, Maria Teresa Calzolari, assieme al fratello milanese compra in un supermercato di Codroipo sei birre in due confezioni da tre. Le bottiglie sono di 33 centilitri. Il giorno successivo il fratello della suocera riparte per Milano, da dove era giunto in treno. Il 15 luglio all’aeroporto di Venezia arrivano dagli Usa Richard e la moglie, Alessandra Quadrio Corigliano, oggi 59enne. Il giorno dopo l’architetto, la moglie e la suocera pranzano insieme nella casa di Camino ristrutturata dalla Calzolari otto anni prima. Le donne bevono vino, Richard apre una delle due bottiglie di birra che sono rimaste in frigo. Si lamenta del sapore cattivo, ma finisce la bevanda e poco dopo si reca in bagno e vomita l’intero pranzo. Non sta bene, ma si mette al volante per un giro dalla Pedemontana pordenonese alle colline udinesi. Arrivato in città, accusa un formicolio alle mani e sulle guance e chiede d’essere portato al pronto soccorso.

Dopo alcune ore di controlli, Richard chiede di essere dimesso, nonostante i medici intendano continuare a tenerlo in osservazione. La sera cominciano i dolori atroci, il giovane americano si contorce, la suocera chiama il 118 e un’ambulanza lo porta nuovamente all’ospedale. È ricoverato in Medicina d’urgenza. Il 17 luglio le sue condizioni peggiorano, anche il quadro neurologico comincia a farsi critico. L’uomo passa in terapia intensiva. Il 18 luglio entra in coma irreversibile. Muore alle 20.50. Quattro giorni dopo, la denuncia della suocera e della moglie di Richard fanno scattare l’inchiesta. Comincia il giallo e si indaga per omicidio volontario.

Dagli accertamenti si porta a escludere che la birra, imbottigliata nel febbraio precedente, potesse già contenere il veleno. In casa, a Camino, si scopre che una seconda bottiglia, trovata vuota e risciacquata nei rifiuti, presenta tracce del veleno. Richard non era l’obiettivo del killer? L’assassino voleva mandare un segnale a quella famiglia di cui adesso, a Camino, non v’è più traccia? Oppure, molto più semplicemente, come a lungo hanno sospettato gli inquirenti, l’assassino poteva rientrare nella cosiddetta cerchia familiare? La signora Calzolari convoca una conferenza stampa e senza timori afferma di sapere chi sono gli assassini di Richard: «Si tratta di tre persone al di sopra di ogni sospetto che vivono a Camino al Tagliamento». Un fulmine a ciel sereno, una pista investigativa che poi non trova né conferme né appigli. Anzi. Nella richiesta d’archiviazione che l’8 gennaio 2002 il pm Buonocore presenta al Gip, molta parte delle quasi venti pagine scritte è dedicata alla suocera di Richard.

E non soltanto perché è lei stessa a fornire un’ipotesi investigativa piuttosto precisa sul complotto posto in essere da alcune persone di Camino.

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