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Il Borghese

Gioco perverso: accise e “bonus”

Che cosa c’entreranno con il caro benzina la guerra d’Etiopia (1935-36), la crisi di Suez (1956), il disastro del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice (1968)? E ancora il terremoto del Friuli (1976) e quello dell’Irpinia (1980)? Infine le missioni dell’Onu, i contratti dei ferrotranvieri, la crisi migratoria libica o il decreto “Salva Italia”? C’entrano eccome. Con centesimi di vecchie lire e peggio ancora con centesimi di euro continuano ad incidere come “accise”, ossia imposte sulla fabbricazione e sulla vendita di prodotti al consumo, facendo lievitare i prezzi. Oltre all’Iva, ovviamente.

Ecco perché l’Italia è uno dei paesi con i prezzi sulla benzina e il gasolio più alti dell’Eurozona. Un fatto già di per sé vergognoso per la tipologia dei balzelli sopravvissuti persino alla storia, che diventa insopportabile quando si registra un vero e proprio assalto alle tasche degli italiani che riguarda bollette, vitto, trasporti e in generale tutto ciò che ruota attorno alla vita delle famiglie. Un salasso da oltre mille/millecinquecento euro all’anno che intanto cancella la famosa tredicesima che dovrebbe servire a dare un po’ di ristoro alle finanze casalinghe.

E poi perché stride, consentitemi di dirlo, con quanto i portavoce del governo sciorinano ogni giorno sui sintomi della ripresa, il balzo in avanti del Pil e il boom delle esportazioni. Un po’ come se il nostro paese fosse diviso in due: quello che paga, cioè noi tutti poveri cristiani, e quello che macina risorse anche grazie agli incentivi (dai decoder alle nuove tivu, fino ai bonus per l’edilizia) che hanno riacceso consumi e dato fiato al mercato. Con una domandina finale: chi potrà permettersi di spendere di più se viene spennato all’origine?

beppe.fossati@cronacaqui.it

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