Il Borghese

Il gioco del destino

Non era destino che Umberto Prinzi potesse avere una seconda vita tranquilla. Quella che si era costruito con la fidanzata e le figlie di lei, dopo che «aveva pagato». Sì, aveva pagato il conto che la giustizia gli aveva presentato per l’omicidio di Valentina, al secolo Cosimo Andriani, la splendida trans il cui mistero, tanti anni fa, fece tremare anche parte del cosiddetto bel mondo torinese. Valentina che desiderava solo essere libera, dagli uomini, dai protettori, dal corpo sbagliato in cui era nata. Come sua sorella. Nate maschi, erano vissute come donne. Uccise in maniera terribile e assurda.

Valentina strangolata da chi forse l’amava, Asha-Antonio da un cliente in un gioco di morte, con un colpo di pistola alla nuca, in auto. Quello che è accaduto a Umberto Prinzi. Ma senza ciò che alcuni chiamerebbero «giustizia poetica», perché se gli uomini arrestati sono realmente gli assassini, allora non esiste nessuna vendetta dal passato, nessun conto avanzato da saldare. Una roba da balordi, si dice di solito. Legata a quegli affari che sono sempre sospesi sul filo dell’illegalità, denaro facile, rapporti sporchi. Chi lo sa se Umberto ci si è infilato senza capire cosa stava facendo, o si è fatto trascinare, come si era fatto trascinare quasi venticinque anni fa dal miraggio di amare Valentina, di farla sua, entrando in un mondo che non gli apparteneva. Ora voleva forse solo quel po’ di pace che a nessun uomo, neppure a un assassino, può essere negata. Ma ci sono storie che nascono sotto stelle sbagliate, stelle di sangue, con i fili del destino che si intrecciano, si annodano, si spezzano. Con Umberto e Valentina è andata così.

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