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Futuro in grotta

Sui social ci sono molti post indignati contro l’arrivo in Vaticano dell’abituale abete natalizio. È una tradizione che dura da 40 Natali (è iniziata nel 1982 sotto Woytyla), ma prima d’oggi non aveva mai suscitato proteste. O forse le aveva suscitate fra gli ecotalebani, ma mancando i social quei mugugni erano rimasti all’interno della loro angusta cerchia. Nessuno dei grandi mass media li aveva raccolti e amplificati. Invece oggi la moda è quella, si grida alla deforestazione selvaggia anche se i boschi in Italia aumentano al ritmo del 5% all’anno nonostante gli incendi estivi. In 30 anni le foreste hanno conquistato oltre 3 milioni di ettari, e oggi coprono un terzo della penisola. Ma veniamo all’abete “sacrificato” per Piazza San Pietro: è alto 28 metri, ha circa 113 anni, e viene dalla Gestione Territoriale Sostenibile del Trentino, con certificazione PEFC. Insomma, ha i documenti in regola. Per l’acquisto e il trasporto A/R il Comune di Roma, che per tradizione lo regala al Papa, ha speso 170mila euro. Una goccia, nel suo bilancio. Ma per i verdi è scandalo. “Come si può abbattere – strillano – un abete secolare?”. Loro, i guardiani del verde, non sanno neanche che 113 anni per un albero che ne vive circa 700 fanno del pino papale un adolescente. Poi, per carità, il Papa potrebbe anche innalzare un albero finto rutilante di vetri e di luci, e bon, pur di non sentir frignare quegli scassamaroni. Ma non si può dargliela sempre vinta. E la plastica no, e la carta no, e il legno no, e il cemento no, e l’allevamento no (quindi niente cuoio e lana). Dobbiamo vivere nudi nelle caverne? Allora cominciate voi. Dateci l’esempio per qualche annetto, poi vediamo…

collino@cronacaqui.it

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