rosanna purchia
Cronaca
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA: ROSANNA PURCHIA

Fuochi a San Giovanni, la signora del teatro: «Sono tradizionalista»

Vivace e volitiva. Rosanna Purchia, assessore alla Cultura del Comune di Torino, tocca ferro quando parla di tutti gli eventi che è chiamata a gestire per i prossimi mesi. «Da buona napoletana sono scaramantica» scherza. Eppure intorno alla sua figura c’è davvero un che di magico, che fa sembrare facili anche le imprese più difficili.

Nel luminoso ufficio di via Meucci, Purchia sciorina idee e proposte e non smette mai di sorridere. Quando parla della sua Napoli però, sorride un po’ di più. Racconta delle sfide all’orizzonte: tra Eurovision, Salone dal Libro, eventi in periferia e la festa di San Giovanni. «Niente droni, sono tradizionalista» butta lì. E i torinesi iniziano ad assaporare il ritorno dei fuochi d’artificio che illuminano i cieli della città nella notte del Santo Patrono.

Cosa ci fa una napoletana doc come lei a Torino? Come si trova?
«Sto benissimo. Conoscevo bene Torino e ho avuto modo di lavorarci in un momento esplosivo per la città, nel 2006. Quando il grande assessore Alfieri decise di fare, a latere delle Olimpiadi, i Giochi della Cultura. Mi colpì l’eleganza e l’inclusività di questa città».

Dove abita ora?
«Di fronte alla Mole. Sono molto fortunata, lo so. È una casa piccolissima, ma ci sto benissimo. Ci ho messo un sacco di tempo per trovarla…»

E non le manca il mare?
«Guardi, a Napoli ho la fortuna di abitare proprio di fronte al mare, in una zona che per me ha un grande significato, la periferia ovest. Possiamo dire che sono viziata al bello».

La definiscono la “salvatrice” del Teatro Regio di Torino…
(ride) «Parola grossa. Sono un’umile servitrice».

Come ha fatto? Ce lo dica, qual è il segreto?
(chiude gli occhi). «Lavorare h24, senza pietà. I lavoratori del Regio mi hanno supportata e pazientemente sopportata. Io andavo molto veloce e loro, per tante vicissitudini degli ultimi anni, avevano un po’ perso il baricentro. Erano preoccupati, avviliti…»

E lei, cosa ha fatto?
«Io viaggiavo a mille. Il mio compito non era facile, non ero stata chiamata per fare atti di generosità. Tutt’altro».

Che situazione ha trovato?
«Era veramente grave. Devo dire, più grave di quello che mi avevano descritto. Il lavoro comunque non è finito. Rispetto a un anno e mezzo fa il Regio oggi sta meglio dal punto di vista di rigore, ordine dei conti, bilancio, situazione debitoria e creditizia. Chi arriva ora trova un libro bianco e pulito. È una bella sfida, servirà costruire una squadra e c’è la libertà di farlo. Mi auguro arrivino candidature di livello».

Come si rende appetibile la lirica nel mondo velocissimo dei giovani e di tik tok?
«È facilissimo!»

Siamo tutt’orecchi…
«L’immaginario collettivo pensa che il mondo della lirica sia ingessato, autoreferenziale, lontano dal linguaggio dei giovani».

E non è così?
«No. Di fronte al bello tutti hanno la capacità di abbandonarsi, a prescindere dalla generazione a cui appartengono. Tutta la musica moderna, anche la più pop, ha origini in Rossini, Mozart, Verdi… Da lì nasce tutto».

Passiamo allora da Mozart a Mahmood e Blanco, i cantanti in gara per l’Italia all’Eurovision che si terrà a Torino. Manca pochissimo, la città è pronta?
«Stiamo lavorando. Con l’assessore Carretta diciamo sempre che “è una corsa a ostacoli”. Ed è davvero. Siamo arrivati a cose fatte, non essendo stati autori di un processo. Le difficoltà sono moltissime, ma stiamo lavorando a una velocità tale per cui, da napoletana, tocco ferro. Dopo ogni riunione abbiamo la sensazione che l’evento stia prendendo forma».

Cosa ne pensa della polemica sollevata da alcuni consiglieri comunali che riguarda la mancata retribuzione dei volontari chiamati a svolgere attività complesse durante l’evento?
«Ma per favore! Il numero dei volontari che si sono iscritti fa capire quanto sarà importante la ricaduta non solo per Torino, per il Piemonte e l’Italia. È una polemica che non ho capito. Il volontario non preclude posti di lavoro a nessuno. Eurovision avrà una ricaduta occupazionale pazzesca».

Cosa sta preparando la città?
«Abbiamo coinvolto tutti i teatri, i musei, le Circoscrizioni… È stata una vera e propria chiamata alle armi. Avremo un enorme palinsesto. Il cuore pulsante dell’evento sarà al Pala Olimpico e all’Eurovillage, ma immagini un’esplosione di musica e attività a tutto tondo».

Subito dopo si parte col Salone del libro. Anche questa è una sfida nuova per lei…
«Sono sempre stata al Salone da visitatrice. È un evento di tutt’altro genere rispetto a Eurovision. Stiamo già lavorando al Salone Off. Ci sono delle sorprese a cui il sindaco tiene molto».

A proposito del sindaco… Ci dica la verità, come l’ha convinta a restare?
«Nella mia vita ho avuto la fortuna di frequentare molto il mondo torinese. La vita è stata generosa con me, ho sempre incontrato giganti sulla mia strada. Non sono mai andata alla ricerca di nulla. Mi è sempre arrivato tutto non ambito, non atteso. E ogni volta che mi capita un’occasione ho sempre il dubbio di non riuscire a farcela»

Vi conoscevate, lei e Lo Russo?
«Ho conosciuto il sindaco dopo l’elezione. Sono stati due giorni molto intensi. Come per il Regio, pensai che c’erano tanti professionisti torinesi che avrebbero potuto essere al mio posto. Mi chiedevo “perché io” e il sindaco mi rispose: “Perché non sei di Torino”. Il fatto di avere un vissuto alle mie spalle fuori dalla città è stato, a vario titolo, considerato come un’opportunità. Avrei avuto uno sguardo obiettivo, meno disturbato da processi precedenti. Uno sguardo ingenuo».

La cultura in periferia promessa tante volte, arriverà?
«Le racconto un aneddoto. Quando mi fu chiesto di andare a lavorare al Piccolo Teatro di Milano io ebbi la supponenza di dire che volevo fare un’esperienza di tre mesi. Milano non mi piaceva, a differenza di Torino. Fui giustamente punita. Dal mio bel mare di Napoli mi ritrovai in una zona periferia di Milano, molto nota, e non certo per le bellezze: Quarto Oggiaro. Lì il Piccolo faceva il Teatro Quartiere. Fui sbattuta in una landa desolata con la nebbia e la neve. Eravamo io e un altro che faceva il tutto fare. Un’esperienza meravigliosa. Ho molto sofferto, ma mi sono appassionata da morire».

Sta dicendo che saprà trattare anche con la periferia torinese?
«In un colloquio con il sindaco mi disse che vedeva da lontano i miei punti di forza e le mie criticità. Quando parlò di periferie lo fermai, ero pronta».

Cosa ha in mente?
«Mi sono data da fare per trovare qualche risorsa. C’è stata una mappatura di quello che c’è già in Circoscrizione. Con una prospettiva biennale andremo a lavorare in periferia».

San Giovanni. Tornano i fuochi o rivedremo i droni?
(ride) «No, i droni non tornano. Io sono molto tradizionalista. Da buona meridionale non posso che essere una sostenitrice delle tradizioni popolari».

Per il Palazzo del Lavoro abbandonato da anni sogna il “Museo dei musei”. Ci spiega cosa vuol dire?
«È un sogno. E sono molto scaramantica. Un mio grande maestro mi diceva sempre di volare alto. E quando voli alto, secondo me, i compagni di viaggio poi li trovi. Diciamo che ho molta fiducia di trovare dei compagni di viaggio per realizzare il mio sogno».

Chi è stato il suo maestro?
«Ne ho avuti tre che mi hanno particolarmente segnato. Il primo, da ragazzina, Roberto De Simone, a Napoli. Poi ventenne, a Milano, i miei tre fari sono stati Paolo Grassi e Nina Vinchi. Poi ovviamente Strehler da un punto di vista culturale».

La sua opera preferita a teatro? C’è una produzione che le ha rubato il cuore?
«Ce ne sono tante. D’istinto dico Il Ratto del Serraglio di Mozart. Con la regia di Strehler a Salisburgo».

Ultima domanda. Se dovesse scegliere: Regio, Piccolo o San Carlo?
«Sono stata cresciuta e allevata da donna delle istituzioni. Quando mi affidano qualcosa diventa mia. Non c’è una preferenza, c’è un darsi totalmente per le cose per cui si è stati chiamati. Così c’è stato molto amore al San Carlo, tanto al Piccolo. Tanto amore e abnegazione anche al Teatro Regio».

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