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Cronaca
GLI INTERROGATORI

Funivia, l’avidità fa strage: «Per evitare una chiusura e non perdere gli incassi la cabina era senza freni»

La decisione presa dalla proprietà e da due dirigenti all’inizio di maggio dopo una fantomatica riparazione

C’è una frase che viene attribuita al procuratore capo di Verbania, Olimpia Bossi: «Ci sono 14 morti, alcuni sono bambini e non mi sembra il caso di continuare con questa manfrina». Ad un certo punto della notte il magistrato ha perso la pazienza e, pur da persona gentile e a modo qual è, ha deciso di indossare i panni del “poliziotto cattivo”. Luigi Nerini, proprietario della società che gestisce il Mottarone, ha ceduto e le sue dichiarazioni si sono trasformate in una confessione: «Ho avallato – ha detto di fronte al pm e al colonnello dei carabinieri Roberto Cicognani – una decisione tecnica che mi era stata proposta dai tecnici e che, almeno sulla carta, non doveva nascondere rischi». Una decisione suggerita, secondo Nerini (che è stato posto in stato di fermo), da Gabriele Tadini, dipendente della “Funivia Mottarone” e direttore tecnico, e dall’ingegnere Enrico Perocchio, direttore del servizio e dipendente della Leitner, la società di Vipiteno che ha costruito l’impianto e che è responsabile della manutenzione ordinaria e straordinaria della funivia. Entrambi, che sono finiti in cella, hanno poi confermato, ma non senza significativi distinguo, la versione del patron della cabinovia: «Sapevamo che il forchettone era stato inserito e che il freno di sicurezza era inoperante». Ma sia l’uno che l’altro si sarebbero rimpallati la responsabilità della decisione che sarebbe maturata lo scorso 3 maggio dopo un intervento di manutenzione, «che è stato operato con la supervisione di Perocchio», ha detto Tadini, facendo dunque intendere che sul Mottarone si erano recati i tecnici della Leitner, o meglio quelli della Sateco di Torino, società di collaudo cavi che opera per conto della ditta di Vipiteno. Nulla di tutto questo secondo Perocchio che ha sottolineato come la manutenzione quotidiana «sia totalmente di competenza della società concessionaria, cioè di Tadini». Dichiarazioni, queste ultime, rilasciate al pm solo dopo la notifica del fermo avvenuto a tarda notte «inspiegabilmente dopo tre ore di attesa», ha detto il legale di Perocchio, l’avvocato Andrea Da Prato, che ha aggiunto: «è sorprendente il fermo. Mi chiedo come possa trovare giustificazione nel pericolo di fuga in quanto il mio assistito aveva chiesto di essere sentito come persona informata sui fatti». Ma non di pericolo di fuga si tratta, ma di possibile «inquinamento delle prove», è la motivazione su cui si fonda il provvedimento adottato dalla procura. Su un punto i due tecnici si sarebbero trovati d’accordo, cioè sulle sollecitazioni nei loro confronti del gestore (Nerini): «Dovevamo trovare una soluzione perché l’impianto non subisse un nuovo stop provocando una perdita economica e mettendo a rischio posti di lavoro». Un’accusa che Nerini, però, sembra non voler accettare: «Non mi avevano parlato di rischi e comunque entro breve il guasto sarebbe stato risolto con un intervento straordinario». Ma su questo punto anche la procuratrice Olimpia Bossi sembra dubitare: «Non ne sono molto convinta – ha dichiarato -, anche perché questa situazione si trascinava almeno da un mese, da quando, cioè la funivia era stata riaperta». Al termine della drammatica notte, pm e carabinieri hanno fatto intendere che questa prima fase di indagine non è per nulla terminata e che a breve altre persone saranno indagate: «Resta da capire – ha aggiunto il magistrato – perché il cavo si sia spezzato e se anomalie siano state riscontrate nelle verifiche effettuate in autunno e da quella operata dall’Autority del ministero delle Infrastrutture attraverso l’Ustif, l’Ufficio impianti fissi di Settimo Torinese che ha competenza in Piemonte». Contattato, il dirigente dell’ufficio, Ivano Cumellato, ha dichiarato: «Io stesso ho fatto quella verifica ad agosto, ma era tutto in ordine».

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