LA RIVELAZIONE

I funerali di chi muore solo e una famiglia inventata ma c’è una seconda chance

Il sorprendente “Qualcosa per cui vivere”

Alle volte sono miasmi insopportabili, altre è l’odore di pulito come se chi se n’è andato avesse pensato di rassettare tutta casa prima dell’incontro fatale con la Signora con la falce. Che può arrivare mentre uno dorme, mentre sta guardando la televisione, mentre siede sulla tazza del gabinetto. Ciò che è comune in certi appartamenti è l’odore di solitudine, quella di chi è arrivato all’ultimo appuntamento senza nessuno accanto e senza una persona che possa preoccuparsi per lui per molto tempo. E poi al funerale, oltre a un prete, c’è solo lui, Andrew, funzionario municipale incaricato di sovrintendere proprio a questi “funerali di povertà”, ossia quelli a carico del comune.

Andrew è l’uomo che va negli alloggi di chi è morto solo a rovistare cercando tracce di parenti, di testamenti, di qualche soldo o altro bene che possa pagare le esequie, altrimenti saranno a carico della collettività. Assistere ai funerali, invece, è qualcosa che fa in aggiunta al proprio dovere, perché anche se ha solo quarantadue anni lui capisce che ciò cui assiste è anche ciò che gli toccherà prima poi.

Già, perché Andrew vive solo, attraversa l’intera esistenza da solo, a parte le telefonate trimestrali della sorella e i quattro contatti del forum per appassionati di trenini, l’unico suo interesse a parte le canzoni e di dischi di Ella Fitzgerald. Ma così come per chi muore solo nessuno sembra mai sospettare a chi livello si era lasciata andare la persona, anche per Andrew nessuno può immaginare la sua vita solitaria: anzi, per tutti lui ha una splendida famiglia, con moglie e due figli. Perché Andrew ha mentito: al colloquio di lavoro, per un mero equivoco, ha detto una bugia e poi negli anni non è mai riuscito a liberarsene, anzi ha finito per costruirla in maniera sempre più minuziosa, addirittura quando lavora troppo o si fa prendere da altri pensieri, sente il rimorso per il tempo sottratto alla sua «famiglia». Il problema vero di Andrew è il capo, che all’insegna di quelle cose che chiamano «team building», per costruire i rapporti di squadra tra colleghi, vuole organizzare cene tra colleghi, a turno. E lui che cosa potrà fare? Come se questo non bastasse, nell’ufficio è arrivata anche Peggy, una nuova collega che per Andrew rappresenterà l’unica amica: e se fosse la persona cui svelare tutto? se fosse giunto il momento di confessare per cominciare a vivere?

Qualcosa per cui vivere” (Einaudi, 18,50 euro) di Richard Roper è uno di quei libri di cui leggendo la trama si potrebbe essere spaventati, immaginandone la seriosità: invece Roper sa distillare anche l’ironia e una certa forma di umorismo nel raccontare la vita surreale di Andrew, la cui stranezza non dobbiamo giudicare, perché per lui quelli strani siamo noi che abbiamo normali relazioni di lavoro e di amicizia, di famiglia. Ed è empatia quella si prova quando inizia il viaggio (non solo letterario, ma anche fisico) di Andrew verso il punto decisivo, verso il momento in cui il castello di bugie deve crollare, dove c’è una seconda chance ad aspettarlo e a liberarlo. E Andrew stesso, al di là dei sensi di colpa che scopriremo, può essere la seconda chance di un’altra persona, sorprendentemente.

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