COME UN RESPIRO

Fuga sull’Orient Express sul fil di fumo dei segreti nel “dramma in interni”

Il terzo romanzo del regista Ferzan Özpetek

Un oggetto affascinante quanto inconsueto: un bastoncino con una pinzetta all’estremità per reggere una sigaretta e all’altro capo un anello. Un gingillo per donne di classe, con fascino fatale e il giusto alone di mistero, di quelle donne che è possibile incontrare di una notte in una stazione, in attesa della partenza dell’Orient Express. Un oggetto che fa la sua comparsa due volte e che mi convince di aver capito tutto del romanzo oppure un bel niente! Ma anche questo fa parte del fascino volutamente retrò della storia che ci racconta Ferzan Özpetek in “Come un respiro” (Mondadori, 17 euro).

Dispiace quasi che sia “soltanto” un libro e non anche un film e a quanto pare il regista, al suo terzo romanzo, questa stessa osservazione se l’è sentita rivolgere da Mina: la cantante è sua grande amica, rivela Ozpetek, nonché una delle prime lettrici. E per lei questa storia, anche solo abbozzata, era già un film perfetto.

E in effetti c’è lo schema classico del dramma in interni, quelle situazioni che cominciano con una apparente normalità o con la quotidianità e poi succede il fattaccio, o nascono contrasti, si fanno rivelazioni, si intuiscono drammi e passioni sottaciuti, crollano i muri e si velano i segreti. Qui la normalità è una domenica mattina a casa di Sergio e Giovanna, giovane coppia di professionisti, che si preparano ad accogliere gli amici per il consueto pranzo. Ma alla porta suona una persona, Adele Conforti: apparentemente smarrita, la signora svela di essere appena arrivata da molto lontano e di essere spiaciuta per il fatto che la sorella non abiti più in quella casa. Una sorella che non vede da oltre cinquant’anni.

Noi Adele in realtà iniziamo a conoscerla dalle lunghe lettere che dal giorno della sua fuga, proprio con l’Orient Express, per la magica Istanbul del 1969, ha indirizzato alla sorella, lettere che si susseguono negli anni senza risposta. Ma gli altri personaggi in scena non sanno nulla, si devono limitare a sperare che, in attesa dell’arrivo della sorella, Adele racconti questa storia così datata e così affascinante. Ma la signora muore. Così, semplicemente, seduta a tavola: il suo cuore si ferma e il suo sguardo resta puntato nel vuoto, come se inseguisse il filo di pensieri che non riannoderà mai più. La sua voce resta ancora attraverso le lettere che leggiamo, mentre nell’appartamento ora c’è la sorella. Leggiamo di una Istanbul incantata, dell’avventura di un matrimonio sbagliato, dell’impresa di gestire un hamam, prima donna nella storia. Leggiamo e cogliamo il filo della nostalgia lieve, dolce, eppure dannatamente amara.

Nell’appartamento, intanto, mentre tocca alla sorella riprendere quella narrazione della vita delle due sorelle inseparabili, oppresse da una madre malata di mente, fino all’episodio che le ha divise, un avvenimento che intuiamo essere segnato, macchiato da una colpa di qualche genere, una colpa che non può avere perdono.

Attorno alle due donne, la morta e la viva, si dipanano le altre vite: il segreto di Sergio e Leonardo, quei baci teneri e folli scambiati in camera da letto e in bagno di nascosto dalle rispettive mogli. Proprio quello che ci aspetteremmo in un film di Ozpetek. Il cui sguardo di scrittore è come quello di regista: la perfezione dell’inquadratura, l’interazione come fosse quella dei personaggi di contorno in una farsa o in una tragedia. Oltre al fattaccio che la sceneggiatura pretende si sveli. Ma non sarà questa la risposta.

CONDIVIDI
TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE
loop-single