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Cronaca
IL RETROSCENA

«Fu avvertito dai servizi segreti che la mobile indagava su di lui»

Il gip sullo scrittore arrestato: “Pronto a scappare in Turchia”

Armato, ingioiellato (anelli e Rolex), vestito con abiti firmati, Farhad Bitani – il mediatore culturale della questura arrestato la scorsa settimana per corruzione – sarebbe stato abituato, durante le sue serate mondane, a sfrecciare a tutta velocità su auto costose, «sovente anche in stato di ebrezza alcolica o alterazione per l’uso di stupefacenti», e «privo di patente di guida, mostrandosi totalmente incurante di tale mancanza». È il ritratto, che si legge in uno dei passaggi finali dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Edmondo Pio, relativo all’educatore e scrittore afghano, uno dei principali personaggi coinvolti nell’inchiesta sull’associazione a delinquere che per anni avrebbe rilasciato permessi di soggiorno dietro pagamento di bustarelle.

Sempre il gip, riguardo al mediatore culturale che ogni anno si è fatto immortalare ad eventi letterari prestigiosi in compagnia di questori, prefetti, senatori e presidenti dell’Amtimafia, ha scritto un passaggio che confermerebbe l’appartenenza di Bitani ai servizi segreti.

«Le conversazioni di Bitani captate – è quanto si legge nell’atto – hanno evidenziato la sua intenzione di fuggire in Turchia, ove risulta essere andato e tornato, avendo questi saputo, da un appartenente dei servizi segreti, di essere sottoposto a un’indagine da parte della squadra mobile di Torino, il che rende quanto mai concreto ed attuale il pericolo che lo stesso possa sottrarsi al procedimento o alle conseguenze dello stesso».

A sostenere che Bitani fosse un infiltrato, e che per questo motivo avesse un’arma (pur, secondo il gip, in assenza di porto d’armi) e un tesserino della polizia di Stato (pur non essendo poliziotto, precisa il giudice) è stato, due giorni fa, il vicecommissario Alessio Nettis (difeso dall’avvocato Davide Diana). All’interrogatorio di garanzia il poliziotto indagato ha confessato, spiegando che in corso Verona, allo sportello immigrazione, molte pratiche venivano gestite dal “sistema”, e che Bitani sarebbe stato “protetto” dall’alto. Agli investigatori, coordinati dal pm Gianfranco Colace, risulta che a Bitani sarebbe arrivata da fonti molto confidenziali una soffiata, durante l’inchiesta, che lo avrebbe messo in guardia.

Il mistero si infittisce sulla figura di Bitani, che risulta nato a Kabul il 20 settembre 1986, figlio di un generale dell’esercito afghano, lui stesso poi militare. Il mediatore avrebbe stretto legami con appartenenti all’esercito italiano durante una missione dei nostri soldati. Da lì, forse, la nascita di un legame coi servizi. «Di Bitani non parlo – commenta l’avvocato difensore Mauro Vergano – dico solo che i processi non si fanno sui giornali ma in tribunale». Sono numerose le pratiche, secondo il gip, che Bitani avrebbe seguito in cambio di denaro. Le dazioni avvenivano con un linguaggio in codice: «Frutta era il termine per indicare il denaro pagato a Bitani – scrive il gip – spesa e multe venivano riferite alle somme di denaro illecitamente percepite. Bitani si faceva chiamare Fabio». Le dazioni di denaro sono state registrate dalle ambientali della mobile. Il 30 luglio 2021 alle 15.30 gli agenti scrivono: «Auto ferma in corso Duca degli Abruzzi28/A. Si sente Bitani in macchina e rumore di carta. Posizione 00.34 Bitani dice qualcosa di incomprensibile, da posizione 00.57 rumore come se contasse soldi. Li conta in lingua straniera. Lui conta fino a 750 euro. Poi riconta due volte».

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