(foto d'archivio depositphotos)
Cronaca
LA SENTENZA. Trentenne condannato a quattro anni

Frustata con la catena, sequestrata in cantina e rasata «per castigo»

L’imputato che usava anabolizzanti «per gonfiarsi i muscoli»: «Era la mia donna, lo facevo per il suo bene»

L’ha sequestrata in casa per tre giorni, «trascinandola in cantina perché nessuno potesse vedere i lividi che aveva sul corpo e nessuno potesse sentire i lamenti di dolore». Le ha tagliato «per punizione» i capelli con un rasoio, l’ha frustata con un cavo elettrico e picchiata con una catena. Scene da «film horror», espressione usata da una familiare della parte lesa, una donna «molto fragile, in cura al centro di salute mentale» con un «funzionamento cognitivo di basso profilo». Fattori su cui l’imputato, un 33enne italiano, residente a Pinerolo, faceva leva per trattarla peggio di una schiava.

Il tribunale – presidente Marcello Pisanu, a latere le giudici Immacolata Iadeluca e Milena Chiara Lombardo – ha condannato l’imputato a quattro anni di reclusione per maltrattamenti e lesioni pluriaggravate. È stata accolta in pieno la tesi della pm Livia Locci, che ha coordinato l’inchiesta.

È una storia violentissima, quella che si è consumata tra agosto e settembre del 2020. Lo raccontano i giudici nelle motivazioni della sentenza depositate da pochi giorni. L’orco «insultava e minacciava di morte con un coltello di grosse dimensioni» quella che chiamava «la mia donna». «Tanto sappiamo che non è finita, ora che saliamo le prendi di nuovo», quanto lui le aveva detto dopo l’ennesimo pestaggio. La prendeva a calci, pugni e schiaffi «fino a farle perdere i sensi», scrivono i giudici rievocando scene che ricordano i film americani sui «mostri» che rinchiudevano negli scantinati le vittime. Persino quando la donna viene salvata dai servizi sociali e ricoverata al centro di salute mentale, lui si apposta fuori. «Ho paura ad uscire perché c’è lui che mi aspetta», mormora lei. E devono intervenire i carabinieri, con cui lui fa finta di nulla. L’imputato si era impossessato delle chiavi della sua auto, di quelle di casa, le aveva rotto il cellulare, strappato i documenti. Per annientarla ed impedirle di chiedere aiuto.

È stato un processo drammatico anche perché a fronte dei referti ospedalieri e dei verbali da brividi, lei, la parte lesa, terrorizzata, ha minimizzato: «Io lo amavo, ero io che lo provocavo e che lo innervosivo». Parole di una persona che ha tentato il suicidio quattro volte e che, come ha detto la sua avvocata Silvia Lorenzino, «va aiutata», non presa alla lettera quando ritratta in preda ai delirii e ai mali dell’anima. La versione di lui: «La situazione mi è un po’ sfuggita di mano. Lo facevo per educarla, per lei». «Come possa pensarsi – scrivono i giudici – che colpire con calci, pugni, schiaffi, con una catena, tagliare i capelli per punizione, rompere vetri e telefono possa essere una condotta educativa ovvero volta a fare del bene alla vittima della violenza è inspiegabile».

Il processo è partito in salita, con le parole surreali (non di certo per colpa sua) della donna maltrattata: «Io provo ancora amore nei suoi confronti». Un «tentativo maldestro di minimizzare e senza esito», per il tribunale, secondo cui «non sussistono dubbi» sull’«accanimento violento (dell’imputato, ndr) verso una donna molto fragile per la sua storia personale e incapace di opporsi a ogni violenza e sopraffazione». A pesare dal lato dell’accusa, sono stati anche elementi come i referti medici. Finita in ospedale due volte in ospedale in una settimana, la donna è ritornata la terza volta con un occhio nero: «Mi ha tenuta sequestrata per tre giorni, con un coltello ha minacciato di uccidermi. Mi ha picchiata col bastone». Il sequestro scatta perché lui scopre che lei è in contatto con l’assistente sociale. La rade, la frusta con cavo e catene e la trascina in cantina.

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