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Figiu e birille

Oggi non ci sono più combriccole di gagni, ma insiemi di ragazzini sostanzialmente soli che, avulsi dai rituali di gruppo, consultano febbrilmente il loro smartphone e ci smanettano di continuo, affacciati su una realtà virtuale che ormai li ha stregati. Ma anche prima dei cellulari certi giochi, certe logiche comportamentali che una volta si dicevano “delle bande”, erano già scomparsi. Saltiamo quelle legate al potere (chi comandava e perché) e al corteggiamento (non c’erano bambine), e restiamo ai giochi. C’erano le birille, e lì era un’epopea di giochi. Vi ricordate quelle di terracotta? Quelle di vetro erano un lusso. Tutti attenti, e guai a trassare. Ora non esiste neanche più quel verbo. Poi le figiu, le figurine. Oggi non hanno smesso di esistere, ma sono solo più quello per cui sono nate: strumenti per fidelizzare i compratori, iniettando loro il virus della collezione. Quand’ero gagno ciò valeva lo stesso (e facevi di tutto per completare la raccolta comprando figiu nuove e scambiando i doppioni coi compagni), ma le figiu erano anche protagoniste di giochi che duravano ore. Uno era il “palicia” (tirare da distante una pietra piatta sul mucchietto di figiu posato sulla barra trasversale di un’acca tracciata in terra: se lo colpivi ti tenevi tutte le figiu volate fuori dalla acca) e anche il lancio della figurina (vinceva chi la lanciava più lontano), parente del “contromuro” che si giocava con le monete (vinceva chi andava più vicino al muro). Tutto finito. Mi è rimasta la sudisfa di stupire i gagni ancora oggi tirando una “figurina da lancio” (più spessa e dura) a 15 metri e oltre. So ancora dare il colpo di frusta col polso. Modestamente ero bravo.

collino@cronacaqui.it

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