crisi
Il Borghese

Fate presto

Qualche anno fa, il quotidiano di Confindustria titolò a tutta pagina con due parole che risuonavano come un imperativo morale per l’intero Sistema Paese: «Fate presto». Erano gli anni della crisi più feroce, nel bel mezzo di quella tempesta che pareva risucchiare l’Italia verso quegli scogli contro i quali si erano già fracassate la Spagna, l’Irlanda, la Grecia. Una guerra economica che per il nostro Piemonte sembra non essere finita mai, se non con un armistizio da pace cartaginese: dal 2008 a oggi abbiamo perso 30mila occupati e non meno di 15 punti di Pil nel sempre più impietoso confronto con la Lombardia. Era quindi abbastanza prevedibile che quella parola che per troppi ancora risuona come un miraggio (lavoro, appunto) fosse al centro dei programmi elettorali di tutti i candidati alle ultime regionali. Bene, ora i piemontesi si sono espressi, Sergio Chiamparino ha lasciato la politica dopo quasi vent’anni di ininterrotti successi elettorali e Alberto Cirio è il nuovo governatore. È giunto il momento di rimettersi al lavoro e di invertire quella rotta che se non ci ha spediti contro gli scogli della bancarotta ci ha certamente fatto arenare nei bassi fondali della stagnazione. Per uscirne, bisogna innanzitutto recuperare quei 30mila posti di lavoro persi in un sistema economico che tra il 1995 e il 2017 è cresciuto appena del 7%, con un tasso dello 0,3% all’anno. L’arrancare di una tartaruga nell’impari lotta con la lepre lombarda, che nello stesso periodo di punti ne ha guadagnati 21, mentre il resto dell’Italia viaggiava a una velocità comunque doppia rispetto alla nostra. Il risultato è che il nostro Pil procapite è oggi fermo a 30.342 euro contro i 38.211 di un lombardo. Peggio, siamo diventati il fanalino di coda del Nord, dato che la Liguria, che pure deve fronteggiare la crisi di settori fondamentali come quello della logistica, ci supera per 1.500 euro. E la consolazione di essere ancora 10mila euro avanti rispetto alla prima regione del Sud, l’Abruzzo, pare così magra da apparire diafana.

La verità vera è che il Piemonte è diventata una terra dalla quale si vuole fuggire: la previsione è che nei prossimi anni Torino perderà 74mila abitanti, quasi tutti a favore di Milano, mentre il resto della regione è tornata a riscoprire una emigrazione che dovrebbe invece essere un ricordo lontano. A rimanere qui saranno solo quelli che hanno ancora la dignità di un lavoro ben pagato, i vecchi o i rassegnati. Un pianeta ostile dove il tasso di disoccupazione è del 7,5%, media non ponderata tra il 4,3% di Cuneo e il 10% di Alessandria. Torino è al 7,5% e i suoi disoccupati sono 96mila, oltre la metà di tutto il Piemonte, che sfiorano le 165mila unità. E nemmeno il lavoro pare essere una zattera sicura alla quale aggrapparsi in mezzo alla tempesta: il 14% degli occupati ha un contratto a tempo determinato (dato in costante, drammatico aumento), quasi 18mila sono in cassa integrazione, uno su cinque sopravvive poco sopra la soglia di povertà. Quella nella quale sono precipitati 292mila piemontesi, 160mila dei quali nel solo capoluogo: 32mila sono bambini o adolescenti.

Un quadro così fosco da apparire quasi iettatorio. Ma non è così: questa è l’esatta fotografia della regione in cui viviamo, come viene vista dall’Istat, dalla Banca d’Italia, dai rapporti socioeconomici. Da qui il Piemonte deve ripartire, se si vuole davvero tracciare una linea tra il passato e un futuro diverso. Abbiamo ancora tante eccellenze, in certi indicatori economici – a iniziare dall’export – facciamo anche meglio dei nostri vicini. Ma non basta. Serve una strategia complessiva. E servono gli investimenti per rilanciare settori che, come l’edilizia, sono stati letteralmente spazzati via dalla crisi. Avanti con la Tav, allora. Avanti con la Città della Salute, per quanto nessun progetto sia perfetto ma tutti siano perfettibili. Avanti soprattutto con quel miliardo e mezzo di opere pubbliche pronte per partire ma congelate dalle lungaggini burocratiche e dalla taccagneria romana di un governo che non paga ciò che promette. L’importante è fare presto. Perché noi, dalla crisi, non ci siamo ancora usciti.

varetto@cronacaqui.it

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