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Economia
IL RETROSCENA

Falliscono anche le società dell’energia

Sono già 35 le aziende del libero mercato finite in default: centinaia di migliaia di clienti coinvolti

Trentacinque fornitori di energia italiani sono già andati in default. Falliti. I loro clienti catapultati da un giorno all’altro nel mercato di ultima istanza, che da una parte garantisce la prosecuzione della fornitura, ma dall’altro, generalmente costa parecchio di più. «Ed è soltanto l’inizio», avverte Diego Pellegrino, portavoce di Arte, associazione Reseller e Trader di Energia, che rappresenta 140 operatori del settore per un fatturato di due miliardi e circa un milione e 300mila contatori. L’inizio di una tempesta perfetta che si sta abbattendo sugli anelli più deboli della catena. Ossia i consumatori, ma anche tutte quelle società piccole e medie che operano nel mercato all’ingrosso di luce e gas e che fino ad ora sono state completamente tagliate fuori dagli aiuti di Stato e dai ristori. «Pensare che basterebbe poco per salvarci», ragiona Pellegrino. Che ha in mentre tre mosse in grado di «far risparmiare il 50% ai clienti e salvare decine di aziende». Primo: «Togliere l’Iva sull’elettrico, ossia l’unico vero extraprofitto, che è quello dello Stato e vale 24 miliardi». Secondo: «Togliere in Europa gli oneri Ets». Terzo: «Cambiare il meccanismo di formazione del prezzo in Borsa, in modo che l’energia prodotta con fotovoltaico non costi tanto quanto quella prodotta con il gas, come invece avviene oggi». Se il governo recepisse queste proposte, secondo il portavoce di Arte, si appianerebbero anche le differenze di prezzo della luce che fanno sobbalzare chi guardi la mappa della Vecchia Europa. Quella che ha davanti Pellegrino indica i prezzi del giorno dopo, ossia quelli che si pagheranno oggi nei vari Paesi: 292,74 per Megawatt ora in Italia, colorata di rosso bruno come Romania, Bulgaria (282,33) e Grecia (301,71), incontrastata leader di questa speciale classifica al contrario in cui festeggia chi si piazza ultimo. E gli ultimi, ossia gli Stati in cui l’energia costa meno, sono la Germania e il Lussemburgo (102,19 euro), preceduti da Irlanda e Gran Bretagna (137,26 euro), Polonia (129,21) Olanda (139,9). In Spagna, invece, la luce costa 167,96 euro/Mwh, in Francia 221,83. Oltre 70 euro a megawatt ora in meno rispetto al nostro Paese. Con conseguenze concrete – e devastanti – per chi riceve le bollette, ma pure per chi le emette. Le società piccole e medie del libero mercato, in questa situazione, sono un po’ come la sottiletta in mezzo al toast. «Ogni giorno, quando acquistiamo l’energia che ci verrà pagata a distanza di due mesi, dobbiamo dare garanzie fideiussorie calcolate in base al numero di clienti e al prezzo del giorno dopo. E se questo triplica in 24 ore, come è accaduto, triplicano le garanzie. Che vanno versate immediatamente, per intero. E potete capire facilmente che se prima dovevamo dare fideiussioni per uno, e adesso dobbiamo darle per 10, serve una quantità enorme di liquidità». Chi ce l’ha, sopravvive. Gli altri, semplicemente, muoiono. «E non perché siano cattivi imprenditori. Ma magari perché non avevano mille e 500 euro». Così, «si stanno sacrificando decine di operatori sani per delle sciocchezze, si sta ammazzando il libero mercato e stiamo tornando ai tempi di Mosca, con i clienti spinti verso un unico fornaio». Ovviamente ad un prezzo più alto. Le società andate in default in Italia «da ottobre dell’anno scorso sono 35». Una, la Nord Gas & Power è stata dichiarata fallita dal tribunale di Torino lo scorso 18 agosto. Molte altre sono sull’orlo del baratro. E allora, spiega il portavoce di Arte, «stanno facendo quella che per un’impresa è la cosa più brutta, ossia ridurre il portafoglio». La ragione, anche qui, sono le garanzie fideiussorie che vanno rimpinguante immediatamente ad ogni aumento dei prezzi di luce e gas. E se un’azienda si rende conto di non poterle prestare, prima di sprofondare nel baratro, rinuncia a interi pacchetti di clienti. L’hanno scoperto anche molti torinesi che, proprio in questi giorni, hanno ricevuto lettere e mail dai propri fornitori del libero mercato con cui avevano stipulato contratti da favola che però non erano più sostenibili per le imprese. E l’oggetto è pressapoco lo stesso per tutte: “Dissociazione utenza”, con una spiegazione delle difficoltà legate alla guerra, alla necessità di prestare le fideiussioni, e una conclusione che non lascia margini di trattativa. Ossia la cessazione del contratto, con la garanzia che la fornitura verrà comunque garantita, “qualora il cliente non abbia trovato un’altra controparte commerciale, da parte dell’esercente la maggior tutela, a tutele graduali o dell’esercente la salvaguardia, a seconda dello specifico servizio di ultima istanza cui il cliente ha diritto ai sensi della normativa vigente”. Quanti siano gli italiani e i torinesi finiti in questo limbo in cui, quasi sempre, si paga parecchio di più, al momento non è dato saperlo. Ma è certo che siano centinaia di migliaia. «Di lettere – spiega Pellegrino – in questi giorni ne stanno partendo moltissime. Stiamo rinunciando a pacchetti molto importanti di clienti. Ma senza interventi urgenti, in Italia e in Europa, è l’unico modo che abbiamo per non saltare tutti in aria».

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