Zingara
Cronaca
LA STORIA

Era obbligata a rubare: «Ma io voglio studiare». Condannata la famiglia

Una nomade di 14 anni denuncia i genitori

In teoria, era la sua “famiglia”. Nella pratica, il padre, i nonni e gli zii erano i suoi aguzzini. La costringevano ogni giorno, sin dalla tenera età, a razzolare per le strade di Torino, Rivalta, Orbassano e Grugliasco, e a rubare. Nei negozi, nei centri commerciali. Se la sera, tornata nella roulotte in cui il padre e gli altri familiari, di etnia rom, erano accampati, la ragazzina non consegnava ai suoi parenti la somma di denaro che questi esigevano da lei, veniva picchiata, malmenata, derisa e mortificata. Ieri, a conclusione di un processo che si è svolto in dibattimento, con alla sbarra cinque imputati, i familiari della vittima sono stati condannati a due anni e cinque mesi di reclusione ciascuno. La tesi della difesa del padre, che sosteneva di avere disturbi mentali per ottenere uno sconto di pena, non ha retto. L’uomo è lucido e capace di intendere di volere, come accertato dal perito del tribunale, e da ieri è condannato – insieme agli altri – per maltrattamenti aggravati.

La fanciulla, che già da quando aveva 14 anni veniva costretta a rubare ogni giorno, si trova in una comunità protetta da quando è scattata l’indagine, coordinata dalla pm Laura Ruffino, che aveva chiesto pene dai due anni e nove mesi ai tre anni. Durante il processo, una benefattrice della nostra città, venendo a sapere del caso, ha contattato l’avvocato di parte civile, Roberto Saraniti, per offrire alla ragazza una donazione, che le consenta di studiare e di costruirsi un futuro. I cinque parenti condannati, secondo quanto stabilito dal giudice, dovranno pagare alla vittima una provvisionale di diecimila euro.

Per la fanciulla la vita da incubo è iniziata dopo che la mamma era mancata, da prima che avesse 14 anni. Il padre e i parenti di lui esigevano da lei una determinata “tariffa” da consegnare, ogni sera. Se la piccola non riusciva a raggranellare i soldi, veniva colpita (dal padre) e mortificata dagli altri familiari, che la insultavano e obbligavano a pulire e a servire in casa.

«Vorrei che i miei parenti pagassero la multa – aveva dichiarato la piccola durante l’audizione con la pm Ruffino – metterò i soldi in un conto e quando sarò grande li prenderò perché voglio fare l’estetista». Secondo la procura, la fanciulla è «consapevole, né pazza né malata», come invece sostenuto dalla difesa (avvocato Vittorio Pesavento). «È portatrice, invece, di una grande sofferenza – aveva detto la pm – la maltrattavano perché non era in grado di rubare e si sentiva giudicata a scuola proprio per via di quello che faceva».

«Sono soddisfatto della sentenza – dichiara l’avvocato di parte civile Saraniti – la mia assistita è stata creduta nonostante le osservazioni degli imputati che provavano a minarne la credibilità. È una sentenza giusta, che ha un valore che va molto al di là di quello relativo alla parte economica». La ragazza vivrà in una comunità fino al compimento dei 18 anni. Continuerà a studiare e a essere seguita dagli educatori e da chi si sta prendendo cura di lei. Sono in tanti, in questi giorni, ad augurarle che il suo sogno, di diventare autonoma e di aprire un centro di bellezza, possa diventare presto realtà.

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